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Blood Story (Let Me In nella versione originale) è un film del 2010 di produzione inglese scritto e diretto da Matt Reeves, ed interpretato da Chloe Moretz, Kodi Smit-McPhee, Richard Jenkins, Elias Koteas, Cara Buono, Dylan Minnette, Jimmy ‘Jax’ Pinchak, Nicolai Dorian, Seth Adkins, Rachel Hroncich, Sasha Barrese, Chris Browning, V.J. Foster, Brett DelBuono, Dylan Kenin, Juliet Lopez, Ashton Moio, Taylor Warden, Rebekah Wiggins, Frank Bond, Deborah L. Mazor, Gregory Leiker, Rowbie Orsatti, Jon Kristian Moore. Il film è un rifacimento del film svedese Lasciami entrare, entrambi basati sull’omonimo romanzo di John Ajvide Lindqvist.

Owen è un timido e solitario dodicenne, vessato dai suoi compagni di scuola. Una notte conosce una strana ragazza di nome Abby, da poco trasferitasi nell’appartamento accanto al suo. È accompagnata da un uomo di mezza età, che lei dichiara essere suo padre. Man mano che approfondisce la conoscenza con la nuova e altrettanto solitaria amica, Owen si rende conto di un lato inquietante della personalità di Abby: la ragazza esce di casa solo di notte, è scalza ed affamata. Quando nella piccola comunità dove abitano iniziano a verificarsi macabri omicidi, Owen arriva a comprendere che l’amica è un vampiro ed è responsabile di quelle morti, ma invece di esserne spaventato, rimane sempre più affascinato dalla ragazza, fino a convincersi che nella loro amicizia potrebbe risiedere persino una soluzione drastica alla sua solitudine ed ai suoi problemi con gli altri coetanei.

Blood story può essere considerato a tutti gli effetti un autentico gioiello del cinema dell’orrore, e in particolare di quel filone incentrato sulla figura mitica del vampiro, costretto a rifugiarsi in una perenne oscurità e a nutrirsi di sangue umano. Ma Blood story, come del resto il suo predecessore, travalica i confini del film di genere per raccontarci una storia tenera e spaventosa al tempo stesso: quella dell’amicizia che nasce spontanea fra il dodicenne Owen (Kodi Smit-McPhee, già visto in The road), figlio di genitori separati e vessato da una banda di bulletti prepotenti, e la sua coetanea Abby (Chloë Moretz), una bambina bionda e diafana che si è appena trasferita nell’appartamento accanto a quello di Owen in compagnia di un uomo misterioso (Richard Jenkins). A fare da scenario alle vicende narrate è Los Alamos, una cittadina del New Mexico che non sembra molto dissimile dalla fredda provincia svedese in cui era ambientata la pellicola di Alfredson: un luogo gelido e isolato, dominato dal bianco della neve e dal nero delle tenebre notturne, in un’atmosfera di perenne minaccia esaltata dalla sapiente fotografia di Greg Fraser.

Nel film di Reeves, dunque, il mito del vampiro viene rivisitato nella prospettiva di un tipico percorso di formazione, costituito dal passaggio emblematico del protagonista dall’innocenza dell’infanzia ai turbamenti dell’adolescenza. Tali turbamenti trovano espressione tanto nelle inquietudini di Owen (la separazione dei genitori, il timore dei compagni di classe), quanto nelle sue prime pulsioni proibite (il voyeurismo che rinvia a La finestra sul cortile, la curiosità nei confronti dell’altro sesso). Prima ancora che un horror, Blood story è soprattutto una struggente storia di solitudine, o piuttosto la storia di due solitudini che si incrociano e si compensano l’un l’altra, disegnando i contorni di una delicatissima e commovente educazione sentimentale, come raramente si sono viste al cinema (e infatti non sono casuali i riferimenti a Romeo e Giulietta di Shakespeare). La rappresentazione dei sentimenti adolescenziali, colti in tutta la loro complessità, trova quindi il suo controcanto Horrorifico nelle improvvise esplosioni di violenza che si abbattono sullo spettatore, scandite dal rosso acceso del sangue delle vittime (ma il sangue, oltre che alla morte, rimanda evidentemente anche alle mestruazioni e alla sessualità incipiente della piccola Abby).

La suspense è veicolata alla perfezione dalla regia di Matt Reeves, abilissimo nell’avvalersi delle suggestioni offerte dai paesaggi invernali del New Mexico e capace di dosare con una precisione geometrica l’orrore mostrato in primo piano con quello lasciato invece all’immaginazione dello spettatore (come nell’agghiacciante sequenza della piscina). Blood story si rivela così un film insieme spaventoso ed affascinante, che scuote e sconvolge con una forza espressiva fuori dal comune, e che trova nei giovani Kodi Smit-McPhee e Chloë Moretz due validissimi interpreti. Straordinaria la colonna sonora di Michael Giacchino, che contribuisce a caricare di angoscia i momenti salienti della narrazione, mentre le canzoni di artisti come David Bowie e Culture Club restituiscono il tono d’epoca. Nonostante il consenso pressoché unanime della critica, la pellicola di Reeves non ha ottenuto il meritato riscontro in termini commerciali (a riprova della miopia di un pubblico non sempre disposto ad accogliere un cinema al di fuori dei canoni); ma chissà che con il tempo questo capolavoro dell’horror non finisca per diventare un cult.

Nella sala giochi dove il protagonista va spesso a spendere in caramelle e videogame i soldi sgraffignati alla mamma, si intravede il logo della Slusho, bevanda immaginaria inventata da J.J. Abrams e presente in alcune delle sue creazione come le serie televisive Alias, Heroes e i film Cloverfield e il più recente Super 8.

Il film, prodotto dalla Filmauro e distribuito in Italia dalla Record Service, è uscito in questi giorni in Home Video, proposto in edizione DVD con traccia video in 16:9 e traccia audio in Dolby Digital 5.1 ed in edizione Blu Ray con traccia video in risoluzione 1080P e traccia audio nella norma. Entrambe le edizioni sono, purtroppo, quasi privi di contenuti extra limitandosi allo speciale Speciale help wanted, il Trailer cinematografico ed il trailer televisivo del film.