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Il buono il matto il cattivo è un film di Kim Jee-woon. Con Byung-hun Lee, Kang-ho Song, Woo-sung Jung, Dal-su Oh, Lee Cheong-a, Ji-won Uhm, Byung-ho Son, Je-mun Yun, Kwang-il Kim, Song Young-chang, Seung-su Ryu, Dong-seok Ma, Seo-won Oh, Kyeong-hun Jo.

La Manciuria è una vasta terra, contiene parte di Corea, Cina, Russia, Mongolia e si può dire anche il Giappone, per la vicinanza delle sue isole settentrionali. La zona è da sempre scenario di conquiste e invasioni; una lotta serrata fra i cinesi e i russi. Dall’inizio del novecento l’interesse del Giappone fu pressante, fino a manifestarsi con un’avanzata militare per la conquista di tutta la Manciuria e la fondazione di uno stato autonomo, siamo intorno al 1930. Già dal 1910 i giapponesi avevano occupato la Corea e non fu una dominazione semplice: molto sofferta e violenta. Per i coreani fu uno smacco mai sanato in tanti anni e ancor oggi ben ricordato nei rapporti fra le due nazioni.

Negli anni trenta su questo sfondo è ambientato il film coreano Il Buono il Matto il Cattivo di Jee-woon Kim. La storia è una bizzarra accozzaglia di generi, esagerati e frastornati. I personaggi sono i tre eccentrici aggettivi del titolo, tutti coreani. La storia prevede una folle gara all’inseguimento di una mappa. È il solito destino dell’uomo, quello di correre dietro ad un mito, a una speranza, a un Santo Graal.

Il Cattivo – Manciuria Kid – uccide crudelmente il salvatore dal suo passato alcolista. Il Matto si trova casualmente fra le mani la mappa; la sua esistenza è piena di coincidenze e di casualità fortuite: è salvato miracolosamente per armi bloccate all’ultimo istante, o da uno scafandro indossato all’improvviso per proteggersi dalle pallottole. Il Buono appare nella sua versione celestiale, come quando racconta l’utilizzo del fantomatico tesoro: un primo piano dolce e mistico.

Tutti e tre appaiono, s’incontrano e si conoscono nella bellissima scena iniziale del treno. Su quel treno c’è un alto funzionario della banca giapponese con la ricercata mappa. I tre corrono sul treno. Affrontandosi uno con l’altro. Il luogo chiuso, la corsa sul treno sono i topoi del saettante inizio.

Memorabile è la scena di ambientazione. Il bandito cammina sul treno ripreso alle spalle, e passa dalla terza classe alla prima: settori riconoscibili dall’arredamento, dagli eccentrici bagagli e dall’abbigliamento dei passeggeri. I tre personaggi affrontano sulla loro strada tanti altri fenomeni. Ma gli effettivi cattivi sono i giapponesi. Gli oppressori della Corea, i conquistatori della Manciuria. Solo loro da cacciare, da punire. Un sogno lungo perché bisognerà aspettare la fine della seconda guerra mondiale.

Le riprese sono delle linee rette su cui corrono tutti i simboli del film. Il binario del treno sfreccia verso un punto di fuga dell’infinto, le linee del deserto e dossi sono perfetti. I fondali sono palesemente finti e la luce solare, chiara, pulita. La finzione è incontrastata, non lascia spazio a dubbi. Metafora è il mercato della città diventato un crogiuolo di cinesi, coreani, russi e giapponesi. All’improvviso si anima di elefanti, venditori di acqua miracolosa, fino al passaggio di un dromedario: un circo umano.

Qui arriva il vero richiamo alla nota pellicola di Sergio Leone. Come nel west del regista italiano, anche quello del coreano Jee-woon Kim è il regno della fantasia e dell’immaginazione. È un luogo sognato, vagheggiato. La bellezza della pellicola è nel costruire una realtà truccata e surreale.

Qualcosa di diverso nella versione coreana rispetto all’originale è la sottile vena di ironia:

“La taglia sulla tua testa è di 300 won”,

“Che cosa? Io valgo come un piano”

“Si ma come uno usato.”

L’aspetto morale dei tre eroi è limitato. In realtà i tre sono dei moralisti, alla ricerca di una propria etica, di qualcosa di elevato, in considerazione della battaglia finale contro i giapponesi, forse la liberazione della Corea. Tutta la regia è spumeggiante e vibrante. Le sparatorie sono violente come in un film di John Woo, per arrivare improvvisamente ad una pace surreale: allora dopo raffiche forsennate fra due lati di una strada desolata c’è un momento di pausa con un parasole colorato fermo, immobile a decretare la falsità di tutto e la conseguente bellezza del film.

Arriva solo adesso in Italia, con quattro anni di ritardo (e comunque un sentito grazie alla Tucker, etichetta indie che ha avuto il coraggio di distribuirlo), questo concitato e fracassone e ipercolorato western sud-coreano che è una palese dichiarazione d’amore infinito a Sergio Leone, al suo cinema, infatti, come si può ben intuire dal titolo, si tratta di un quasi-remake letterale del suo Il buono, il brutto, il cattivo. A 42 anni da quel film quest’opera picaresca ed epica che ci arriva del Far East ci fa capire come sia ancora vitale la lontana lezione dello spaghetti western, come ancora quell’avventura influenzi il cinema contemporaneo, come la Trilogia del Dollaro, e il Django di Corbucci, e altri titoli ancora, siano stati follemente amati e continuino a esserlo dalle platee globali e dai cineasti giovani che col tempo matureranno diventando grandi registi e Tarantino ne è un lampante esempio.

Il buono il matto il cattivo è, prima che l’opera citazionista di un cinefilo, l’omaggio appassionato di uno spettatore ipnotizzato, conquistato, sedotto irrimediabilmente, come centinaia di milioni in tutto il mondo, dal genere più fortunato e popolare di sempre inventato dalla nostra cinematografia ed invidiato dalla cinematografia di tutto il mondo.

Leone aveva ripreso stili e temi dal giapponese Kurosawa, adesso il suo cinema torna là, in Oriente, riprodotto e duplicato da schiere di suoi epigoni. Il buono il matto il cattivo fin dal titolo riesuma e ripropone a modo suo, tra fedeltà citazionista e voluti tradimenti e travisamenti (e sta in questo scarto, in questo spazio, in questa differenza, in questo spostamento il bello dell’operazione) i tre main characters di Il buono, il brutto, il cattivo. Solo che, ed è una delle belle invenzioni del film, l’azione si sposta dal Sud degli Stati Uniti post-Guerra di Secessione agli anni Venti-Trenta del Novecento, nella Manciuria cinese occupata dai Giapponesi, allora all’apice di quell’espansionismo imperiale che li aveva portati anni prima a inghiottirsi e colonizzare anche la Corea. In questa landa desolata e arida in linea con il paesaggio canonico del western, classico o spaghetti, si muovono i protagonisti con lo stesso obiettivo, mettere le mani su un tesoro sepolto e, prima ancora, sulla mappa indispensabile per arrivarci. Il matto è un bandito da strapazzo, però assai più furbo di quanto non appaia, di nome Tae-goo, il primo che (per caso) si impossessa del prezioso cartiglio disegnato. Cerca di strapparglielo il temibile Manchuria Kid, fuorilegge alla testa di un manipolo di killer, shooter dalla mira infallibile, narciso e dandy, spietato e sadico, cultore dello scontro a fuoco, delle pistole, delle lame, e dell’assassinio come una delle belle arti, e di gran lunga il personaggio più azzeccato e fascinoso del film (iconizzato e connotato da una gran ciocca di capelli neri che gli spiovono sull’occhio destro). È lui il cattivo, naturalmente, mentre la bontà dovrebbe appartenere tutta al cacciatore di taglie Do-won, virtuoso anche lui della pistola, incaricato del recupero della mappa dall’esercito indipendentista coreano che si oppone all’occupante jap. Con simili premesse, e con simili personaggi sul campo, si scatena un mirabolante, pirotecnico spettacolo, messo in immagini con virtuosistica abilità tecnica dal regista Jee-Woon Kim. Il cinema orientale, soprattutto quello di Hong-Kong, ci ha abituato da tempo ormai a film ipercinetici, dove la violenza è iperbolizzata e insieme coreografata e ricomposta con brutale grazia, dove le sparatorie, gli scontri, i corpo a corpo oltrepassano ogni realismo per farsi pura astrazione, gioco di forme. Eppure si rimane incantati e soggiogati da questo film coreano, che sembra eccedere ogni eccesso precedente, moltiplicare ciò che già era fuori regola e misura (le pallottole, i pugni, i calci, le sevizie, le armi da fuoco e le lame, i bersagli centrati e abbattuti, le vittime e i killer), affollando lo schermo come poche volte si era visto.

Come dicevamo in apertura, il film esce finalmente in edizione Italiana e proprio in questi giorni la Tucker ne ha distribuito una duplice edizione per il mercato Home Video. La prima è la classica edizione DVD con traccia video in 16:9 ed audio in Dolby Digital 5.1, mentre la seconda è quella in Blu Ray che prevede traccia video in risoluzione a 1080P e traccia audio in DTS-HD Master Audio. Purtroppo entrambe le edizioni sono prive di contenuti speciali di rilevante importanza, un pecca per un film che, forse, meritava qualcosina in più.