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Colpito da fuoco amico, James Bond muore. Poi risorge. Intanto qualcuno fa esplodere la sede dell’Mi6 a Londra proprio mentre M è alle prese con un nuovo burocrate zelante, interpretato da Ralph Fiennes. Tutti gli agenti sotto copertura di Sua Maestà stanno rischiando l’osso del collo, quindi 007 torna in azione giusto per scoprire che a tessere le fila del diabolico complotto è un figlio della stessa “madre”.

I titoli di testa di Daniel Kleinman, come sempre ipnotici, ci introducono quindi al “vero” film. Al centro una sorta di faida famigliare che ruota intorno al passato di M (Judi Dench) e attinge anche a Shakespeare. Javier Bardem appare poco ma lascia sempre il segno nel ruolo del “cattivo” di turno, un terrorista informatico sessualmente ambiguo che Mendes ha definito “un classico villain alla Bond”, anche se a ben guardare non è proprio così. E il personaggio in sé e per sé non sarebbe nemmeno troppo riuscito e originale: è la relazione che instaura con i due protagonisti, Bond e M, a funzionare e trainare avanti il film. Così come non sono più di tanto originali gli snodi della sceneggiatura, ma la messa in scena e un terzo atto da urlo tra Cane di paglia e Commando – con, sul serio, una spruzzata di Batman – conducono il film verso soluzioni inusuali per la saga. Da applausi: il rapporto commovente tra l’orfano Bond e una M la cui iniziale potrebbe stare per “Madre”; il primo incontro fra Craig e Bardem con annessa tortura psicologica che fa il paio con quella fisica di Casino Royale (in entrambi i casi c’è di mezzo una sedia).

È Subito Action, già dai primi minuti di Skyfall le impressioni sono le migliori. Inseguimenti, lotta violenta e un colpo di scena. Stop. Skyfall è sicuramente un bel film, il primo dopo tanti altri che cerca di riallacciarsi ai suoi primi predecessori, un James Bond che è alla ricerca della sua identità. Un tema frequente è il cambio generazionale, il Nuovo al Posto del Vecchio, viene messa in discussione l’efficenza di M e di James Bond, efficenza che in questo film come non mai, viene messa sul Filo del Rasoio.

Un James Bond meno “Marpione”, abituati a vederlo alla conquista di mille donne, le più belle, in Skyfall troviamo un anonima amante ad inizio film è un altra donna, sicuramente ne abbiamo viste di più belle.

Oggi finalmente approda nelle nostre sale Skyfall. Come di consueto nell’ultimo periodo, cogliamo l’occasione per riproporvi la nostra recensione, pubblicata in anteprima la scorsa settimana. In attesa dei vostri commenti sull’ultimo 007.

L’incipit di Skyfall è tra i più classici nell’ambito delle opere di spionaggio. Qualcuno ha messo le mani sulla lista degli agenti militanti nell’MI6, esponendo comprensibilmente l’agenzia a pericoli inauditi. La missione di Bond sarà quindi quella di recuperare tale lista, cercando di capire chi c’è sotto e perché. Ma questa non è che la superficie.

Perché Skyfall non si limita a collocarsi tra le normali pellicole a tema. Attorno a sé orbitano questioni profonde, oseremmo dire ataviche. Dubbi e incertezze che scavano nel passato di Bond, e di tutto ciò che gli è più caro: l’agenzia, M, finanche il suo Paese. Pardon, Patria.

Oggi certi termini soffrono di un’eco quasi anacronistica; residui di un passato che sembra non esistere più, archiviato nello stesso scompartimento di qualsivoglia ideologia. Ma è proprio intorno a tale premessa che emerge una delle chiavi di lettura più evidenti di Skyfall. Il vecchio e il nuovo si incontrano e si scontrano in una sorta di immaginario duello al quale, oramai, nessuno dei due può più sottrarsi.

Bond 23, in tal senso, è un capitolo di transizione che si pone esattamente nel punto di intersezione tra ciò che è stato e ciò che sarà. Di mezzo c’è il presente, incerto e oscuro come forse mai prima d’ora. E’ questo il punto che mette tutto spietatamente in discussione. La domanda essenzialmente è: c’è ancora spazio per 007 nell’era in cui ci accingiamo ad entrare?

Lasciamo che sia la visione del film a darvi una risposta, e più ancora quanto voi, spettatore dopo spettatore, riuscirete a ricavare in merito. Per quanto attiene alla nostra trattazione, ci limitiamo ad altro. Uno dei paralleli più agevoli da sottoporre è quello con la trilogia del Batman di Nolan. Non ci soffermeremo oltremodo su questo punto, ma certi spunti sono talmente palesi da costringerci a non farne a meno. In Skyfall c’è parecchio della parabola ascendente e discendente di Bruce Wayne. Elementi tratti, consapevolmente o meno, da tutti e tre i film incentrati sul Cavaliere Oscuro. Il senso della vocazione, la pressante esigenza di giustizia, il superamento (e conseguente riscatto) del protagonista mediante la maschera che è tenuto ad indossare. Pensate, c’è pure una nemesi, Silva (Javier Bardem), che ricorda molto da vicino il leggendario Joker; castigo meno perfetto e personaggio meno complementare di quanto avvenga nel mondo di Gotham City. Ma altrettanto folle e imprevedibile, in ogni caso.

Mentre l’ottimo ritmo generale viene scandito dal montaggio del mai disprezzabile Stuart Baird (già attivo in Casino Royale) e, supportato dalla bellissima fotografia del fido Roger”Jarhead”Deakins, Mendes concretizza un’operazione caratterizzata da un accattivante aspetto visivo; testimoniando, oltretutto, un notevole gusto per l’immagine attraverso trovate come quella del violento scontro corpo a corpo immortalato in silhouette.

Operazione che non solo rientra senza alcun dubbio tra le più riuscite appartenenti alla saga derivata dalle pagine fleminghiane, ma che, con ogni probabilità, rappresenta la migliore regia del compagno di Kate Winslet.

Il quale, non a caso, in mezzo all’intrigo spionistico – sceneggiato per la quinta volta dai Neal Purvis e Robert Wade attivi nel franchise dai tempi de Il mondo non basta (1999) – sembra riuscire a inserire una certa riflessione sulla famiglia, tipica dei suoi film, sia tornando a parlare dei defunti genitori di Bond, sia ritraendo a mo’ di figure paterna e materna il nuovo arrivato Kincade, con il volto del veterano Albert Finney, e la stessa M.

Senza tenere conto del fatto che, a rendere malinconica e quasi commovente questa cinquantesima celebrazione dell’elegante James, volta principalmente a ribadire che le vecchie maniere sono le migliori, provvede anche un discorso da pelle d’oca che una Dench da premio Oscar sfodera al fine di ricordare in maniera realistica che non sappiamo più quali siano i nostri nemici e che viviamo in un mondo non più trasparente dove gli agenti segreti, forse, non hanno più ragione di esistere.