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Mario Guarrazzi (Jordi Mollà) è un ex centometrista miscredente che non è riuscito a coronare il sogno di partecipare come atleta alle Olimpiadi e ha riposto ogni speranza sul figlio Tommaso (Lorenzo Richelmy). Nonostante sia portato per lo sport, Tommaso desidera più di ogni altra cosa farsi frate e, pur di non deludere il padre, prova a portare a termine un’impresa impensabile con l’aiuto di monsignore Angelo Paolini (Domenico Fortunato), vecchio amico del genitore. Rompendo i silenzi e i rituali burocratici imposti dalle gerarchie ecclesiastiche, monsignore Paolini con il supporto della sorella Marcella (Giulia Bevilacqua) decide che è arrivato il momento di sperimentare nuovi linguaggi per avvicinare i giovani alla Chiesa e per riuscirci mette in piedi una squadra di atleti del Vaticano, puntando sulle qualità di Tommaso e chiamando come preparatore tecnico Mario, con la speranza di riavvicinare in questo modo padre e figlio.

La commedia “100 metri dal Paradiso” è la seconda prova alla macchina da presa di Raffaele Verzillo, dopo l’esordio alla regia nel 2006 col drammatico “Animanera”.

L’idea alla base del film è che la Chiesa possa rivedere la sua idea di comunicazione nei confronti del mondo anche partecipando a gare sportive. La struttura narrativa di 100 metro dal Paradiso è chiara fin da principio e riprende alla lettera la cinematografia sportiva di redenzione. Si comincia con la presentazione dei personaggi e lo sviluppo dell’idea, si continua con la fase di reclutamento della squadra, e lungo la strada vengono disseminati una serie di ostacoli esterni e interni per rendere la situazione più interessante. Il problema vero è che non si capisce bene quale sia messaggio che si vuole comunicare con questa operazione. Ci sono preti e suore, ma il film potrebbe essere ambientato in qualunque altro paese del mondo di modeste dimensioni e di scarsa attitudine allo sport. Ogni tanto viene recitato qualche Padre Nostro, ma il cosiddetto “messaggio” che dovrebbe essere alla base di un’operazione di questo genere è totalmente assente, come se venisse dato per scontato o astutamente celato per non offendere la sensibilità dei non credenti.

Anche se la durata non è eccessiva, ci troviamo di fronte a una pellicola che arranca, che mette al fuoco molta più carne di quanta si possa metabolizzare, allo stesso tempo girando attorno al problema vero: perché realizzare un film sul legame tra Chiesa e sport, legandolo peraltro alle più alte gerarchie dello stato pontificio. Viene il sospetto che dietro a questa scelta ci sia un’idea di marketing molto precisa e che questa pellicola non sia tanto destinata alle sale, quanto piuttosto ai molti circuiti alternativi che può dare la Chiesa cattolica. Senza rendersi conto di dare un cattivo servizio a se stessa. Il che non sarebbe una tragedia, se allo stesso tempo non si contribuisse a diffondere cattivo cinema nel nome di un fantomatico messaggio positivo. Messaggio che in ultima analisi non c’è se, come sembra, in definitiva il fine giustifica i mezzi secondo la peggiore prospettiva produttiva della cultura aziendale di oggi.

Peccato che, forse a causa della militanza nel piccolo schermo di Verzillo degli ultimi anni, l’originalità dell’idea si spenga in un racconto dall’andamento troppo televisivo, che potrebbe assicurare un grande ascolto in prima serata sul piccolo schermo, ma poco si sposa con le aspettative del pubblico che frequenta le sale cinematografiche.