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È arrivato proprio nella settimana della santa Pasqua il film americano più militaresco dell’anno, girato con la partecipazione di veri Navy Seals, sofisticate armi attuali e tattiche di guerra realistiche. Un film affrontato con un ristretto budget di 12 milioni di dollari, capace di racimolare cinque volte tanto con le proiezioni in patria.

La trama parte da una programmatissima missione di salvataggio, dentro al covo di pericolosi narcotrafficanti sudamericani, per poi svelare il classico complotto terroristico che potrebbe minacciare le principali città degli Stati Uniti. Situazione che costringe gli uomini del plotone “Bandito” ad una altrettanto classica corsa contro il tempo.

Era da parecchio tempo che non si vedeva un film di guerra intriso di un tale peso propagandistico come Act of Valor. Non eravamo più abituati a veder trionfare sullo schermo l’etica manichea, l’eroismo come valore assoluto e un bonario cameratismo tra soldati accompagnato da una totale devozione alla famiglia. Tanto che, dopo i numerosi film degli ultimi anni incentrati sull’assuefazione all’adrenalina bellica e i disturbi da stress post-traumatico, si pensava che il cinema non fosse più l’arma del militarismo quanto della militanza e che la retorica guerresca non abitasse più qua.

Ci voleva lo sceneggiatore di 300 e due ex-stuntmen convertiti alla regia a riportare in trincea biondi marine contro terroristi barbuti, gentili e amorevoli padri di famiglia contro ciechi manipolatori dalla lucida follia. È il ritorno del militarismo granitico ai tempi del “nuovo realismo” della cultura telematica, dove, al fine di creare il proprio manifesto di reclutamento, la presenza di testimonial famosi conta meno dell’effetto di reale garantito dalla presenza di veri soldati chiamati a recitare nella parte di se stessi.

Il fatto di impiegare un gruppo di veri Navy SEALs non fa tuttavia di Act of Valor un reportage embedded. La materia narrativa è tanto sottile e pretestuosa che non lascia dubbi sulle sue vere intenzioni: si tratta di fare un film di genere violento e concitato, un Rambo 2.0 più vicino a Call of Duty che a un documentario di propaganda. Così, mentre da una parte si carica il peso ideologico di una storia incentrata su quelle forze speciali che neanche un anno fa hanno portato a termine l’operazione per uccidere Osama bin Laden, dall’altro si fa di tutto per realizzare un cinema d’azione ruvido e spregiudicato, fatto di inquadrature convulse e di soggettive “dal braccio armato”.

Tecnicamente ben realizzato, con una regia pirotecnica a sostenere il tutto, Act of Valor non sarà l’ennesimo film-manifesto del machismo su celluloide ma verrà – si spera – ricordato come un riuscitissimo tentativo di donare aria salubre a un genere, l’action, sempre più schiavo dei suoi (ne)fasti.

Dagli ex stuntmen Mike McCoy e Scott Waugh, per l’occasione registi, ecco la sorpresa di primavera: un action-movie sporco e fracassone che riesce a divertire il pubblico lanciando inoltre messaggi sinceri e concreti senza usare paternalismi.
Nel cast veri Navy Seals prestati alla recitazione che deliziano lo spettatore con performance esemplari e che, insieme a una realizzazione tecnica ineccepibile, compensano la poca originalità dello script, che comunque è ben lungi dal poter essere considerato un difetto. Questo film lo si può consigliare solo agli amanti del genere, a tutti gli altri è consigliato d’evitarlo.