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Il 9 febbraio del 2009 Eluana Englaro muore nella clinica La Quiete di Udine dopo 17 anni di coma vegetativo e su richiesta dei genitori di sospendere l’alimentazione forzata. Partendo dal fatto di cronaca Marco Bellocchio incastra quattro storie ad esso collegate e con Bella Addormentata, presentato in concorso alla 69.ma Mostra d’Arte Internazionale Cinematografica di Venezia, si conferma come uno dei più grandi cineasti italiani. Un senatore deve decidere se votare secondo la propria coscienza laica la legge sull’alimentazione assistita o se assecondare la volontà della maggioranza e della figlia Maria (Alba Rohrwacher), attivista del movimento per la vita. Proprio durante una delle manifestazioni, la ragazza incontra e si innamora di Roberto (Michele Riondino), il cui fratello, un giovane affetto da disturbi mentali, è invece schierato con il fronte laico. In un’altra città, una notissima attrice segue il caso di Eluana partendo dalla propria esperienza di madre di una ragazza in coma vegetativo. La donna, che ha rinunciato alla sua carriera, vive in modo ossessivamente religioso la situazione, aspirando ad una santità che la distanzia dal figlio (Brenno Placido). Rossa, infine, è una tossicodipendente ricoverata in ospedale dopo aver tentato il suicidio. A prendersi cura di lei c’è Pallido, il medico che la salva dalla morte.

La macchina da presa vola oltre la dimensione televisiva e mediatica che ci ha bombardato di news, quel che fa invece è amplificare la conoscenza di quei giorni affondando sugli spaccati di protagonisti davanti a un bivio. Personaggi che hanno avuto la loro dose di dolore nella vita e che si interrogano su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Gli occhi di Toni Servillo, spenti dal dolore per gran parte del film, ritrovano la luce nel bellissimo momento del suo monologo. Se l’attore supera se stesso ancora una volta – senza mai strafare – gli altri membri del cast provano a tenergli testa affrontando la “recitazione alla Bellocchio” – fatta di silenzi, sussurri e improvvise accelerazioni di intensità che includono a volte anche la disperazione. Isabelle Huppert cerca di dominare la scena, ma questa volta la corona le viene soffiata dalle ottime prove di Maya Sansa e Alba Rohrwacher.

Molto intelligentemente il regista sceglie di tenere quel triste avvenimento sullo sfondo, intrecciando tre storie che in modi diversi sollevano interrogativi, dubbi, angosce e dilemmi esistenziali che si trovano a vivere tutti coloro che si trovano dinanzi a quel territorio liminare tra vita e morte così ben conosciuto da Beppino Englaro, uno dei punti di riferimento del film.

Una tossicomane che ha scelto di farla finita e il medico che vuole salvarla a tutti i costi, una famiglia di attori sconvolta e dilaniata dopo che la figlia è finita in coma, un senatore del Popolo della libertà che proprio duranti gli ultimi giorni di vita di Eluana vorrebbe muoversi secondo coscienza e non secondo i dettami di partito, il cui maggiore problema è però il rapporto con sua figlia, incrinatosi dopo la morte della madre.

Sono tanti i personaggi e sono complesse in molti sensi le vicende raccontate in Bella addormentata: lo spettatore, infatti, almeno all’inizio si ritroverò un po’ disorientato dalla molteplicità di spunti e di situazioni diverse che si accavallano senza che siano date spiegazioni troppo esplicite.

Una volta presa confidenza con la struttura drammaturgica dell’opera, però, si avverte con più forza la grande cura che Bellocchio ha messo nella realizzazione di un film estremamente rischioso. Sorretto dalle ottime interpretazioni di un buon cast, su cui svettano i soliti incredibili Toni Servillo e l’affascinante Isabelle Huppert (ma anche tutti gli altri non deludono), il film si adagia su un’atmosfera raccolta, trattenuta, lacrimosa, rotta solo in alcuni istanti da isolate esplosioni di violenza, di rancore, di rabbia dovuta a un dolore impossibile da tenere dentro.

Si metta tra parantesi che in alcuni passaggi si sfocia persino nell’esoterismo: caratteristica dell’autore la rappresentazione quasi massonica del mondo della politica e la fascinazione per gli ambienti sfarzosi quanto vuoti dell’alta borghesia.

Aiutano in questo senso l’elegante colonna sonora di Carlo Crivelli, che in particolar modo alimenta una certa tensione sottesa, e la fotografia di Daniele Ciprì, che predilige i toni freddi e fa sì che i personaggi siano inghiottiti dalle ombre immersi spesso in toni notturni, con qualche sparuto caso di luce diurna.

Sullo sfondo della tragedia di Eluana Englaro, il piacentino Marco Bellocchio alterna diverse storie popolate da personaggi di fantasia alle prese con la tematica dell’eutanasia.

Con un cast in ottima forma e una confezione tecnica impeccabile (ma ciò non è una novità quando parliamo dell’autore de L’ora di religione), ciò che viene fuori, però, è un insieme amalgamato in maniera piuttosto disomogenea, caratterizzato da segmenti piuttosto riusciti (la storia di Servillo e figlia) e altri decisamente meno (il rapporto tra Maya Sansa e Piergiorgio Bellocchio).

Testimoniando ancora una volta il discontinuo talento di un maestro della celluloide nostrana la cui filmografia spazia da titoli poco memorabili come Buongiorno, notte (2003) a quasi capolavori del calibro di Vincere (2009).