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Jacky Bonnot ha 32 anni, e una passione che è anche un sogno: la cucina, attraverso la quale spera un giorno di avere successo, diventare un grande chef e aprire un suo ristorante. A Jacky non manca il talento, ma i suoi lavori nelle brasserie in città durano poco: le sue raffinatezze e la sua intransigenza gastronomica mal si adattano con le necessità di locali che offrono pasti veloci ed economici, con una clientela per la quale il cibo è solo una parentesi di mezz’ora in una giornata vissuta a ritmi vorticosi, tra i tanti impegni quotidiani. Dopo l’ennesimo licenziamento, così, Jacky è costretto ad andare a lavorare come imbianchino in un ospedale; ma, proprio durante questo lavoro, incontra per caso Alexandre Lagarde, chef di fama internazionale e pluripremiato, che gli offre di collaborare con lui nella sua catena di ristoranti. Tale catena, tuttavia, è minacciata dal gruppo proprietario, incarnato dall’avido amministratore delegato che già medita di liberarsi di Lagarde per dare spazio a una cucina più industriale… la sopravvivenza dell’arte del grande chef, e della sua idea di cucina, si troverà così, inaspettatamente, nelle mani di Jacky.

Estremamente accorto nel tratteggiare le dinamiche affini al tema portante e relative alla linea narrativa madre, con particolare attenzione alle sincrasi del duetto di chef che si oppongono alle idiosincrasie delle loro singolarità, il film di Cohen perde mordente proprio là dove sostantivi e verbi non hanno aderenza al mondo della cucina. La leggerezza della commedia sfuma infatti in una certa inconsistenza quando si abbandonano le teorie di colori e sapori per addentrarsi nelle questioni più scottanti della gestione degli affetti e delle responsabilità paterne (in essere o ancora da venire). Come se avendo concentrato tutta l’attenzione sul mondo degli chef e delle loro attività, si fosse persa di vista la cornice che racchiude il nodo esistenziale di cui la ‘cucina’ si fa infine angelo custode e forza risolutrice. E nonostante la buona alchimia che comunque contraddistingue il binomio Jean Reno e Michaël Youn, Chef alterna momenti divertenti a fasi di sensibile calo in cui vengono alla luce le pecche di una sceneggiatura (ricetta) che non riserva la giusta attenzione a tutti i suoi ingredienti e forse il perché ce lo dice il regista stesso affermando: “É stato più facile avere dei cuochi a cui dare consigli di recitazione, che degli attori a cui insegnare i gesti dei cuochi” – ha spiegato il regista. Un altro aspetto arricchente è la musica, composta dal premio Oscar Nicola Piovani, il quale ha saputo convogliare il tono leggero a cui Daniel Cohen aspirava. L’intento ultimo di Cohen è stato quello di fare un film che “facesse venire fame – sia di cibo che di rapporti umani”.

Le sequenze della cucina sono state effettuate nella scuola Grégoire Ferrandi (famosa per le generazioni di chef francesi che vi hanno studiato), il set del ristorante Cargo Lagarde invece è stato costruito da zero. Per quanto riguarda le comparse, che impersonano gli aiutanti cuochi, sono stati presi dei cuochi veri.

“Chef” è un film dai buoni sentimenti, in cui i sogni si avverano oltre misura e se anche non dovesse spingere a sentir voglia di mangiare ( come è accaduto a molti guardando “Chocolat” di Lasse Hallström), fa divertire e nascere la curiosità per l’alta cucina.