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Jackie Cogan è un sicario professionista che viene chiamato ad investigare su un caso molto particolare per conto della mala. C’è infatti stato un colpo durante una partita di poker, simile ad un colpo altro avvenuto tempo prima. Solo che quel primo colpo ha già un colpevole, ed è proprio colui che conduce le partite, Markie. Ovviamente, è di nuovo lui il primo sospettato. Ma ai piani alti sanno che non può essere stato di nuovo Markie. Cogan deve quindi trovare la verità.

Il Drive di questa edizione del Festival di Cannes, dicono. Non esageriamo, visto che l’entusiasmo di alcuni attorno a Cogan – Killing Them Softly è vagamente eccessivo. Sia Nicolas Winding Refn che Andrew Dominik guardano al cinema che fu per rimodellarlo e ricostruirlo secondo i propri gusti, ma lì dove Drive trovava il suo punto di forza nell’azzeccare un mood innovativo, “puro” e unico utilizzando il solo mezzo cinematografico, Killing Them Softly decide di puntare sull’attualità della propria storia.

Il film, quindi, ha una sua identità. Il film incomincia con due ragazzi sbandati, Russell e Franky: quest’ultimo porta il suo amico da Johnny Amato, che avrebbe un lavoro per entrambi. Dovrebbero infatti fare irruzione durante una partita di poker coordinata da Markie Trattman per rubarne i soldi: l’uomo sarebbe facilmente il primo sospettato, avendo proprio lui in prima persona organizzato un colpo in precedenza durante una sua partita per intascare i soldi.

Il regista della pellicola thriller, interpretata tra gli altri da Ray Liotta e James Gandolfini, è quel Andrew Dominik che qualche anno fa si era segnalato con l’affascinante (anche se irrisolto) western decostruzionista L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.

Lo stile della sceneggiatura mantiene il tono cool e ironico di certa letteratura pulp alla Elmore Leonard, riempiendolo di un’attualità cupa e disperata. Le radio e le televisioni in sottofondo ci raccontano gli ultimi giorni dell’amministrazione Bush, subito prima dell’elezione di Obama. Il senso del film, ostentato e ripetuto nei dialoghi continui tra i personaggi, è nella rappresentazione di un mondo in crisi irreversibile e governato dalla bramosia di denaro, nelle banche come nelle strade, tra i politici e gli operatori finanziari, gli assassini e i cittadini semplici. Gli scambi di opinioni tra Cogan – un cane sciolto anarchico e concreto, privo della ferocia dei killer a contratto – e il mediatore che lo ha assunto vertono sempre sui soldi: ogni dialogo è una compravendita, un tirare sul prezzo, un vedere il senso ultimo delle proprie azioni attraverso una (anti)etica valutaria alla base di ogni contrattazione sociale.

Pulp politico al rallenty “Cogan – Killing Them Soflty” è un film moderno ma pretenzioso che prova a reinventare la messa in scena dell’action comico dei fratelli Coen con orpelli visivi (la sequenza dell’esplosivo assassinio di Liotta e delle allucinazioni di Mendelsohn per esempio) che emulano faticosamente il dinamismo di serie cult come CSI. Una buona dose di sangue e una minima di scontri a fuoco lasciano intravedere le “cattive” intenzioni del regista del western “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, Andrew Dominik, qui al suo terzo lungometraggio per il cinema.

Ma l’errore commesso resta lo stesso: l’opera sembra priva d’anima! Dall’inizio alla fine tenta in tutti i modi, con sgraziata nonchalance, di metterci sotto gli occhi un insistito e azzardato parallelo tra il teatrino politico ed economico e quello della criminalità nell’unico segno comune della solitudine individualista, che demolisce l’illusione comunitaria su cui si baserebbe la cultura americana. Per inseguire il suo obiettivo Dominik, che firma anche la sceneggiatura, non a caso adatta provocatoriamente il romanzo noir di George V. Higgins, ambientato nella Boston degli anni ‘70, e sposta le lancette nel 2008, quando, tra i vicoli di New Orleans, si aggira lo spettro del capitalismo.

Tanto bravi tutti gli attori, quanto freddi come si deve, da Pitt a Jenkins a Gandolfini a Liotta ( forse un po’ più martire degli altri).  Il film è un noir particolare, in cui si sente il peso intellettuale e manieristico dell’Autore e che piace, anche se non conquista, ma appaga gli occhi e la mente di chi ama questo tipo di  cinema.