CONDIVIDI

Con gli affari sporchi, ha chiuso. Chris non vuole più saperne di merci da contrabbandare, poliziotti alle calcagna e status criminale appiccicato addosso. Un taglio netto e via. Adesso è un marito affettuoso, con una bella moglie, due adorabili figlioli e un lavoro onesto nella periferia di New Orleans. Il passato a tinte fosche, però, torna a bussare alla sua porta. Andy, il fratello minore della moglie, si è messo in un brutto pasticcio e deve tantissimi verdoni a un tipaccio poco raccomandabile di nome Tim Briggs, delinquente psicotico molto pericoloso. Andy si rimette in gioco e, con l’aiuto dell’amico di sempre, Sebastian, forma una squadra fidata e parte alla volta di Panama per tornare con milioni di banconote… false.

Contraband è una pellicola di Baltasar Kormàkur, già noto in America per qualche buon film d’azione. Stavolta presenta un buon thriller, con un cast all’altezza della situazione, capeggiato da un solido Mark Wahlberg, punta di diamante del film, che stavolta non offre una delle sue migliori performance, ma non sbaglia mai un colpo e ben si cala nel suo personaggio.

Si tratta del remake a tempo record di Rotterdam-Reykjavik (anno 2008) di Oscar Jonasson, diretto e adattato a schemi e ritualità da cinema di serie B statunitense da chi il film originale l’aveva prodotto e interpretato.

Spinto dal desiderio o dalla necessità di omologarsi alle caratteristiche del genere, Kormàkur ha ricostruito l’intera vicenda attraverso un preciso e metodico utilizzo di forme retoriche in cui la criminalità si fonde sempre con il desiderio di rivincita e le necessità familiari. In questo modo l’utilizzo dello slang dei bassifondi, la rappresentazione di un eroe imperfetto e dell’amico fedele ma non troppo hanno trasformato Contraband in un action thriller basato interamente su dei trucchi narrativi mal celati che lo spettatore non solo riconosce, ma anticipa fin troppo facilmente. E non basta certo un susseguirsi di colpi di scena alternati da inseguimenti e sparatorie per mitigare la sensazione un po’ frustrante di trovarsi di fronte ad un prodotto già realizzato in passato e con maggior cura narrativa. Così, nonostante dimostri di conoscere piuttosto bene l’evoluzione cinematografica del genere, Kormàkur non riesce a staccarsi da questa o a utilizzarla in modo personale.

Un duro compito dunque quello affidato da Kormàkur ai suoi attori, che riescono però ad assolverlo al meglio, anche se, in un gruppo quasi prevalentemente maschile, era logico attendersi un maggior risalto dell’unica rappresentate di spicco femminile, Kate Beckinsale, che non riesce quasi mai a calarsi a pieno nei panni del suo personaggio.

Si tratta dunque di un buon film, tra azione e thriller, con una mirabile scena di una rapina in banca posta a metà pellicola, e bravi attori. Non sarà di certo un capolavoro, ma con un budget di 25 milioni investiti ed oltre 60 incassati soltanto in America, non può di certo dirsi che non sia stato un vero successo.

L’operazione di nazionalizzazione del film è talmente perfetta che Contraband diventa un thriller vagamente d’azione come tutti gli altri, non stupido ma nemmeno brillante, un immigrato che ha completamente dimenticato le sue origini e parla perfettamente la lingua degli americani.