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Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti.

Non è un buon periodo cinematografico per le italiche forze dell’ordine, o del disordine come da qualcuno polemicamente ribattezzate. Dopo il riuscito “ACAB” di Stefano Sollima che racconta le vite di un manipolo di celerini omertosi e drogati di violenza, tornano sugli schermi le infami gesta di poliziotti che nella notte del 21 luglio 2001, a G8 di Genova ormai finito, irruppero nella scuola Diaz per compiere quella che il vice questore Michelangelo Fournier all’epoca definì una “macelleria messicana” ai danni di un centinaio di pacifici dimostranti italiani e stranieri, con la scusa di stanare un nucleo di black blocks.

Che il film possa avere successo, in Italia come all’estero, lo dimostra lo sforzo produttivo messo in piedi per l’occasione: circa dieci milioni di dollari. Tanto se si considera che i film drammatici in Italia, se raggiungono una volta l’anno i cinque milioni c’è quasi da gridare al miracolo, ma certe storie vanno raccontate bene, altrimenti è meglio non farlo per niente. E per ricreare quel clima di paura, disorientamento e violenza (sia reale, che minacciata) non si poteva risparmiare su location, divise, esplosioni e tutto il resto.

Se quella macchina della polizia non si fosse fermata davanti alla Diaz per cercare la provocazione, se quel ragazzo non avesse lanciato la bottiglia che la polizia registra come provocazione permettendo a quei geniacci dei capi della Polizia e Digos di pianificare l’assalto notturno, se Carlo Giuliani non fosse stato ucciso da un carabiniere quel giorno stesso alzando la tensione degli scontri, se i poliziotti non fossero stati così irritati dai Black Bloc da diventare delle macchine pronte per la macelleria messicana (“Io i miei non li tengo più” dice il capo di un reparto di celerini ai suoi superiori non facendo breccia nelle loro orecchie), se i Black Bloc non si fossero mischiati effettivamente ai pacifici occupanti della Diaz permettendo all’ipotesi investigativa di una loro infiltrazione nella scuola di avere fondamento, se la linea più moderata del capo reparto dei celerini interpretato da Claudio Santamaria ispirato al reale Michelangelo Fournier (è pronto a portare la sua donna a un concerto di Ricky Martin solo se lei dopo andrà con lui a uno dei Black Crows) fosse passata come la linea da seguire, se, se, se, se…

Se tutte queste cose non fossero, o fossero, avvenute, non ci sarebbe stata quell’orribile mattanza di pacifici iscritti Cgil (Renato Scarpa), giornalisti di piccoli quotidiani pergiunta conservatori ispirati al reale Il Resto del Carlino (il reporter Elio Germano), addetti alla logistica del Social Forum come Alma Koch (Jennifer Ulrich, già apprezzata molto ne L’onda), uomini di affari capitati a dormire alla Diaz perché gli alberghi in città erano tutti pieni (Fabrizio Rongione).

Accidentalismo. Eppure Vicari, che sposa con sguardo complesso le conseguenze dell’accidentalismo, non rimane inerme di fronte ad esso. Nella seconda parte del film, quella in cui emerge nettamente la sua parte più indignata, la tesi è: ok l’accidentalismo, c’erano brave persone, e persone non perbene, sia tra i poliziotti che tra i manifestanti, a Genova tutto poteva storto, ma lo Stato, uno Stato, non dovrebbe cercare, almeno provare, ad essere immune dall’accidentalismo? Non dovrebbe lavorare ogni giorno contro l’accidentalismo assumendosi la responsabilità delle sue conseguenze? Non dovrebbe, dopo un fattaccio, andare a metterci la faccia davanti ai suoi cittadini dicendo anche: “Scusate, abbiamo sbagliato”?

Questo punto di vista è il punto di vista finale del bellissimo Diaz di Vicari.