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Dall’omonimo bestseller di Nicholas Sparks vedremo sul grande schermo una storia piena d’amore dove il fato sarà il protagonista. Il Sergente di Marina Logan Thibault ritorna dalla sua quarta missione in Iraq, con l’unico oggetto che crede gli abbia permesso di sopravvivere agli orrori della guerra: la fotografia di una donna che non conosce. Dopo averne scoperto il nome, Beth e l’indirizzo, compare alla sua porta, e inizia a lavorare al canile gestito dalla sua famiglia. A dispetto della diffidenza della donna e della vita complicata di lei, la loro conoscenza si trasforma lentamente in qualcosa di diverso, dando speranza a Logan che Beth possa diventare più di un semplice portafortuna.

“Ho cercato il tuo nome”, di Scott Hicks, è il settimo film tratto da una delle opere del romanziere statunitense e già dai primi momenti contiene tre fattori estremamente nocivi all’originalità della storia. Fattore D, destino. Il sergente Logan Thibault (Zac Efron) trova casualmente una foto di una donna sconosciuta durante una missione in Iraq che lo salverà dalla morte. Fattore M, meritarsi. La donna della foto Beth (Taylor Schilling) ha deciso che ormai non merita più l’amore di un uomo e per paura o sopruso è intrappolata nel ruolo della madre riempita esclusivamente dal rapporto con il figlio. Fattore E, Eden. Un paradiso verde isolato dal mondo, dove ogni prato è un invito al peccato carnale.

A contare non è certo il conflitto bellico ma quello emotivo che affligge il protagonista e quello sentimentale che affligge la coppia. La guerra è solo un pretesto e un set polveroso per avviare il racconto e indurre, in modo solo apparente s’intende, i traumi che innamoreranno la bionda di turno. Trasposizione del romanzo di Sparks è pure Ho cercato il tuo nome, dramma inconsistente che fa il paio con Dear John di Lasse Hallström, ispirato, neanche a dirlo, alle pagine del medesimo autore. Come un uragano l’amore investe i protagonisti inesorabilmente fatti l’uno per l’altra, travolti da amor di Patria e del prossimo e implacabilmente perseguitati da un cattivo che trova quasi sempre la morte, la redenzione o la redenzione con la morte, coronando l’immancabile happy end.

Il fortunato protagonista del titolo originale è questa volta Zac Efron, che per ottusa intensità fa rimpiangere l’intenso strabismo del ‘caro John’ di Channing Tatum, il cui prolungato servizio militare costringeva a scrivere lettere d’amore dal fronte. Nonostante l’esibita prestanza muscolare, il prodigio di High School Musical sembra più un ‘comico’ che un reduce di guerra, un fidanzatino che un amante, perfettamente a disagio sul campo e nel letto di battaglia. Per diventare ufficialmente gentiluomo rade i capelli, allunga la barba e smette elementi di riconoscimento musicale, giocando alla guerra e all’amore, leggendo di scacchi e dissertando di filosofia. Ma francamente non basta. Non bastano due granate esplose, un pianoforte coperto, un vaso rotto, una barca ingolfata, un trattore dismesso e una casa da rinfrescare a intendere il dolore.

Scott Hicks firma l’ennesimo melodramma melenso, condendolo di ammiccamenti attoriali e della consueta retorica musicale, di semplificazioni e detestabili stereotipi, di eccessi didascalici e tendenza (di troppo cinema americano) a descrivere più volentieri le dinamiche interne che il rapporto conflittuale o meno con l’esterno.