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Non si può certo dire che l’horror contemporaneo goda di ottima salute, perso com’è tra un’infinita serie di sequel, remake e reboot di cui francamente non si sente l’urgenza, e impantanato da una parte verso una deriva torture porn vacua e insensata, e dall’altra verso un’altrettanto poco significativa vena “mockumentaristica” che pare scimmiottare all’infinito lo sciagurato prototipo di The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair. Le poche prospettive innovative nei confronti del genere provengono sempre più spesso da autori del vecchio continente, in grado di offrire squarci di cinema insolito e destabilizzante. Tra questi, negli ultimi anni è emerso in particolare il nome del francese Pascal Laugier il quale, dopo l’esordio con Saint Ange nel2004, hasconvolto il panorama horror internazionale con Martyrs, opera allucinata e perturbante che travalica i canonici confini di genere per trasformarsi in una vera e propria riflessione filosofico-religiosa sul concetto di martirio e di sacrificio.

Julia Denning è un’infermiera che vive nella cittadina di Cold Rock, dove si nascondono segreti inquietanti. Nel corso degli anni, infatti, sono scomparsi 13 bambini senza lasciare né un indizio né un testimone. Gli abitanti del luogo ritengono che il responsabile sia “The Tall Man”, un oscuro personaggio misterioso e leggendario che rapisce i bambini svanendo nel nulla. Quando una notte Julia trova il letto di suo figlio vuoto la caccia è aperta e con essa la ricerca di risposte: chi è “The Tall Man” e soprattutto cosa avevano in comune quei bambini scomparsi?

Pascal Laugier (Martyrs, Saint Ange) costruisce un thriller balbettante che mira troppo in alto, finendo per perdere il senso per cui era partito. I primi 10 minuti promettono bene, dopodiché I bambini di Cold Rock si dipana attraverso un cliché fin troppo prevedibile e il colpo di scena a metà film non basta a ridare un minimo di vigore alla pellicola, perché a quel punto lo spettatore ha già rischiato di stancarsi. La mezz’ora conclusiva ci restituisce un po’ di pathos, ma la “spiegazione” finale – intrisa di domande senza risposta sul futuro della società in cui viviamo – lascia l’amaro in bocca… Un vero peccato, perché c’erano tutti gli elementi per un ottimo film di “genere”. Lasciamo che i thriller restino thriller, soprattutto se non si è capaci di andare oltre. L’arte non ha bisogno di spiegazioni.

Di sicuro, l’elemento più affascinante dell’oltre ora e quaranta di visione che, se nell’idea di partenza può sotto certi aspetti richiamare alla memoria 1921-Il mistero di Rookford di Nick Murphy, non può fare a meno di ricordare Jeepers creepers-Il canto del diavolo di Victor Salva per quanto riguarda la messa in scena di determinate situazioni; su tutte, il succitato, lungo e serrato inseguimento attuato dalla protagonista per recuperare il figlio.

Del resto, con la ex città mineraria che sembra quasi uscita dal poco conosciuto Zombies-La vendetta degli innocenti di J.S. Cardone, non sono certo la suspense e il movimento a essere assenti nel corso dell’inquietante puzzle su celluloide che, impreziosito dal lodevole lavoro svolto dal direttore della fotografia Kamal Derkaoui e dallo scenografo Jean-Andre Carriere, tende continuamente a giocare con le convenzioni del genere e le aspettative del pubblico.

Coinvolgendolo senza annoiarlo mai, ma conferendo anche l’impressione che il ricorrente cambio di registro al fine di depistare e sorprendere non sia giocato del tutto bene, tanto che, una volta superata la prima metà del film, la vicenda pare continuare inutilmente ad andare avanti.

A quattro anni dall’ottimo Martyrs (2008), il francese Pascal Laugier gira il suo primo film in lingua inglese senza ricorrere al sadismo e allo splatter che avevano caratterizzato l’opera precedente.

Il risultato è un coinvolgente e serrato thriller dal retrogusto horror ben girato e caratterizzato da un’affascinante ambientazione che sembra farlo accostare facilmente a una favola nera dai connotati realistici. Peccato che il continuo ribaltamento di ruoli fornito dallo script non appaia giocato del tutto bene, tanto da far rimanere sulla linea della sufficienza un elaborato che avrebbe meritato altrimenti un giudizio più alto.