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Inseguita da uno stormo di pirati dell’aria, la giovane Sheeta precipita da un aereo, ma si salva cadendo tra le braccia di Pazu, un robusto minatore che decide immediatamente di prendersi cura di lei. La pietra che porta al collo, dai misteriosi poteri, attira però l’attenzione di diversi loschi personaggi che cercheranno in ogni modo di mettere le mani su Sheeta.

Col passare del tempo appare sempre più evidente che il passato di Sheeta nasconda dei segreti che non si possono nemmeno immaginare, che hanno a che fare con la leggendaria città volante di Laputa, di cui tanti parlano ma di cui nessuno ha mai avuto delle prove concrete.

Per molti versi Il castello nel cielo, meglio noto con il titolo originario di Laputa tra i fan del sensei dell’animazione nipponica, rappresenta l’epitome del Miyazaki-pensiero, oltre che uno dei suoi esiti più ragguardevoli. I temi portanti della poetica del regista sono presenti al gran completo, dall’abnegazione e dedizione al lavoro come passaggio essenziale per la maturazione dell’individuo al sostanziale pessimismo sulla natura umana, vista come inevitabilmente contrastante con le esigenze della natura nel suo complesso; per concludere con l’ossessione per il volo e la libertà insita nell’astrazione dal mondo a bordo di un velivolo, punto d’osservazione privilegiato. Ciò nonostante Laputa rimane un unicum nel corpus miyazakiano, che mai come qui si affida a un vero e proprio action hero, come l’indomito Pazu, alle prese con dei nemici che non sono i consueti spiriti birboni o dei poco di buono un po’ confusi, ma veri e propri villain ad alto livello di pericolosità (e che muoiono, fatto piuttosto raro nella filmografia del sensei). Quasi che Il castello nel cielo costituisse un trait d’union tra gli inizi nella serialità per la Tv – Pazu ricorda le fattezze di Conan e la vicenda presenta alcuni punti di contatto con Lupin III: Il castello di Cagliostro – e l’epopea dello Studio Ghibli.

In Il castello nel cielo è come se Hayao avesse voluto convogliare il senso dell’avventura classica nel suo complesso, convogliando influenze e aspirazioni per elaborare la sua summa definitiva; citazioni letterarie come quella ovvia di Swift (Laputa era una città del cielo de I viaggi di Gulliver) che si mescolano con i miti del continente perduto e tecnologicamente avanzato.

Laputa come una novella Atlantide, luogo ideale per rappresentare la parabola della corruzione della natura umana, inevitabilmente incline al possesso e al perseguimento del potere, come fu per la Babilonia della Bibbia o la Nûmenor di Tolkien, entrambe punite dalla collera divina. Laputa è insieme Eden irraggiungibile (e come tale celato all’umanità) e porta dell’inferno, per la doppia e distruttiva natura che reca in sé; come la Gerusalemme di Dante situata sopra la bocca dell’Inferno, in un contrasto di Bene e Male che è anche convivenza di Yin e Yang. La durata di due ore abbondanti evidenzia lo sforzo di voler abbracciare tutti i temi possibili, senza tralasciare, naturalmente, neanche l’amore, mai così vicino a rendersi palese, fermato solo dalla tenera età scelta per i due protagonisti Pazu e Sheeta, costantemente disposti al sacrificio individuale per il bene dell’altro, inscindibili (come sottolinea l’evidente metafora della sequenza che li vede legati assieme).

Per alcuni il vertice della sua poetica e il momento in cui Miyazaki ha dimostrato di saper padroneggiare una gamma più ampia del consueto di generi, anche contrastanti; per tutti indiscriminatamente, invece, un momento fondamentale per comprendere il senso dell’avventura nell’era del “già detto” e le potenzialità ad infinitum e ab infinito dello storytelling, attraverso il superamento di limiti comunemente autoimposti.