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Leo è un idraulico che ogni giorno affronta l’impresa di crescere due figli adolescenti, Elia e Maddalena, dividendosi tra il lavoro con l’aiutante cinese Fiorenzo e le incombenze di casa – dove la moglie Teresa, stravagante e affettuosa, compare e scompare. Diana è un’artista sognatrice e squattrinata che – in attesa della grande occasione della sua vita – fatica a pagare l’affitto. Suo proprietario di casa è Amanzio, originale moralizzatore urbano che ha lasciato il lavoro per un nuovo stile di vita e che in una delle sue crociate conosce Elia, con il quale stringe una stramba amicizia. Leo e Diana s’incontrano da Malaffano, un avvocato strafottente e truffaldino. Leo capita nel suo studio quando scopre che la figlia è protagonista suo malgrado di un video erotico su Internet, Diana è già da un po’ che passa lì le sue giornate, costretta per necessità economiche ad affrescare una parete, assecondando le ridicole manie di grandezza dell’avvocato. Le loro storie s’intrecciano in una città emblema del nostro tempo, sotto lo sguardo severo e ironico delle statue di Garibaldi, Verdi, Leopardi, che dai loro piedistalli – da dove ne hanno viste tante – commentano le sorti di un’Italia alla deriva. E tuttavia qualcuno continua a sognare e a sperare: come Elia, che insegue il volo di una cicogna, simbolo di rinascita e occasione di un nuovo inizio anche per Leo e Diana.

Sulla falsariga del lirismo romantico un po’ grottesco di Pane e tulipani, Silvio Soldini chiude l’ideale trilogia sulla leggerezza strampalata dei sentimenti iniziata proprio con il pluripremiato film del 2000 e proseguita con Agata e la tempesta, interrotta solo temporaneamente da due film di tutt’altro genere come Giorni e nuvole e Cosa voglio di più. Il comandante e la cicogna non è che una moderna fiaba sull’Italia contemporanea narrata con leggerezza da Soldini attraverso personaggi estremi, interpretati da un cast di attori davvero formidabili, dotati di un’eccezionale normalità. Una storia tra le cui righe cogliamo un profondo senso di ribellione nei confronti dell’incombente senso di impotenza che attanaglia tutti noi in questo difficile momento storico. Il messaggio è chiaro: c’è un’esigenza impellente in questo momento, dobbiamo cercare di volare alto, di riscoprire noi stessi, i nostri sentimenti, il nostro passato storico e di sperare in un futuro migliore da costruire giorno dopo giorno credendo in noi stessi. Ed è per questo che Soldini ci regala un mondo fantastico in cui personaggi in carne e ossa, fantasmi, statue e animali potessero convivere e comunicare tra loro senza grossi problemi. Una cosa semplice a dirsi a parole ma complicatissima dal punto di vista pratico che Soldini porta a casa non senza difficoltà ma con un linguaggio cinematografico complesso e completo capace di entusiasmare lo spettatore. Il tutto mettendo in risalto l’eccentricità di personaggi e situazioni ai limiti del paradossale e lasciando solo accennato il dramma che si consuma nelle vite dei protagonisti che ad un certo punto si ritrovano ad unire le proprie forze per contrastare con il malcostume e il malaffare che cerca di insinuarsi nelle loro esistenze.

L’Italia di oggi commentata dai protagonisti di ieri è l’idea che anima Il comandante e la cicogna di Silvio Soldini, un film in cui la gretta realtà quotidiana viene alimentata e alleggerita dal tono fiabesco di statue che parlano, cicogne che giudicano, e personaggi che operano per lo più in quel limbo che audacemente insiste tra realtà e fantasia. Un mondo variopinto che mescola amarezza ed evasione in un quadro formalmente scombinato ed emozionalmente coinvolgente. Perché dell’Italietta a ‘risoluzione amicale’ di cui si parla profusamente nel film, Soldini inquadra efficacemente il contrasto tra stasi e cambiamento, miseria e nobiltà, facendo poggiare le sorti di una possibile (se non utopica) rinascita sulle ali di una cicogna e sulle ingenue convinzioni di due traballanti quanto solidi protagonisti che hanno il volto di Valerio Mastandrea e Alba Rohrwacher. E infatti, alla fine dei conti, saranno proprio il bonario idraulico afflitto dalle maree di padre single e la squattrinata artista di talento costretta a soggiacere alla megalomania di un azzeccagarbugli qualsiasi, a pagare il conto di un paese sottosopra che trincia le gemme per far spazio (sistematicamente) ai rovi. Eppure, sembra dire il regista, è proprio in quella sorta di inadeguatezza sociale che si nasconde il germe della speranza in cui noi (assieme a Soldini) vorremmo ancora provare a credere.

Silvio Soldini torna alle atmosfere surreali di Pane e tulipani per parlare del processo di rarefazione di significato cui sembra oramai condannata la nostra Italia. Un film corale in cui la rosa di personaggi (più o meno bizzarri, più o meno coerenti) rispecchia in maniera tristemente realistica la differenza tra l’astrazione del valore e la tangibilità dello squallore del nostro Paese e del braccio tentacolare che avvolge l’interesse privato. Un ritratto tanto fantasioso quanto reale che si aggrappa a un attento lavoro di scrittura (curato dallo stesso Soldini assieme a Doriana Leondeff e Marco Pettenello) e alla peculiarità del coro di attori messi in campo (nel quale spicca il sempre ottimo Giuseppe Battiston).