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«È scandaloso chiamarmi dittatore. Io sono l’indemocraticamente Leader eletto dalla mia gente. In realtà il mio titolo completo è Ammiraglio Generale Aladeen, Supremo Leader, Oculista Capo, Invincibile, Tutto Trionfante, Amato Oppressore della gente di Wadiya…e Ottimo Nuotatore, anche a farfalla. Ho 118 dottorati di ricerca, e un diploma in abbronzatura spray dal Qatar Community College».

Il Generale Haffaz Aladeen governa in maniera totalitaria su Wadiya: una (inesistente) terra nord africana ricca di giacimenti petroliferi. Il suo comportamento dittatoriale suscita però la disapprovazione delle Nazioni Unite, tanto che l’ONU chiede a gran voce e al più presto le dimissioni di Aladeen. Il precipitare dell’opinione pubblica internazionale spinge il supremo leader a volare alla volta dell’America, dove cade vittima di un tranello ordito da suo zio Tamir, deciso a prendere le redini del paese e a proclamare la democrazia a Wadiya. Mentre un sosia impersona Aladeen di fronte all’ONU, il vero dittatore scorazza per la Grande Mela architettando un piano di vendetta.

Nel fuoco di fila di battute, doppi sensi, giochi linguistici (che tradotti in italiano perderanno parte della loro efficacia) e situazioni surreali, Il dittatore è dunque meno “rivoluzionario” di altre opere dell’attore, anche se non per questo meno godibile. Se fanno ridere  i cammei di noti attori e il loro utilizzo, la scelta dei partner del protagonista è in questo caso perfetta: Ben Kingsley nel ruolo dello zio traditore e procacciatore di donne è assolutamente perfetto nella sua impassibile recitazione, e Anna Faris, imbruttita, derisa e manipolata dall’uomo malvagio che si innamora di lei (perché è l’unica che lo coccola) si presta al gioco perverso del leader con uno spirito da grande comica. I duetti con Jason Mantzoukas che interpreta lo scienziato nucleare Nadal, sono poi degni di uno sketch dei fratelli Marx. Un film come questo affonda le proprie radici nella tradizione delle farse del teatro yiddish di inizio Novecento, come quelle di  Isaac Löwy, il buffone tanto ammirato da Franz Kafka. Un teatro popolare, senza remore, volgare, di fronte ai quali un borghese raffinato come lui si sganasciava dalle risate.

Il dittatore non è certo il primo film a sbeffeggiare il volto crudele e al tempo stesso assurdo del potere, ma ha forse il primato di farlo con questo tipo di comicità. Alla proiezione a cui abbiamo assistito il nostro vicino di poltrona, in mezzo a una sala che si scompisciava, non ha mai nemmeno sorriso. Non sappiamo se perché annichilito da tanta audacia, o incapace di trovarvi il lato divertente. Non è certo una comicità facile quella di Sacha Baron Cohen: per essere così infantilmente cattivi ed elementari è necessaria una fine intelligenza, tanto fine che da alcuni può essere facilmente scambiata per idiozia. Ma siamo certi che il pubblico sia in grado di apprezzare un film come questo, capace anche di farci riflettere, dopo averci fatto ridere di cose su cui i preti, i censori e la nostra stessa coscienza ci hanno sempre ammonito di non scherzare. E se ci si sente anche un po’ a disagio dopo aver riso, è solo un effetto collaterale – e salutare – voluto dai suoi diabolici creatori.

Personaggio ambiguo, Sacha Baron Cohen. Camaleontico, istrionico, versatile, che fa della comicità “sporca”, politicamente scorretta e spesso ai limiti del delirante il tratto distintivo del suo registro artistico.

Dallo sboccato rapper inglese Ali G all’irriverente cronista kazako Borat passando per il “raffinato” giornalista di moda austriaco Brüno, le metamorfosi del 40enne attore britannico – che, negli anni, ha recitato anche in film di tutto rispetto come Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street di Tim Burton e Hugo Cabret di Martin Scorsese – si sono fatte man mano sempre più complesse e colme di interessanti sfaccettature, studiate apposta per svelare i lati oscuri del sistema e colpire laddove fa più male.

Non semplici macchiette, dunque, ma vere e proprie maschere pirandelliane di una società sempre più ipocrita e corrotta, all’interno della quale l’esagerazione sembra essere diventata l’unica arma per far fronte alla mediocrità e ai pregiudizi che la caratterizzano, ma non è ancora tempo di riposarsi, infatti Cohen, svestiti i panni del dittatore si è calato in quelli del protagonista della sua prossima fatica cinematografica e questa volta sarà l’immortale Freddy Mercury indimenticabile e compianto leader dei queen ad essere impersonato dal camaleontico attore.


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