CONDIVIDI

Kay e Arnold sono una coppia come tante, senza evidenti problemi. Sposati da un trentennio, dei figli adulti e ormai con famiglia, una vita agiata e un matrimonio apparentemente solido. Eppure, Kay sente che qualcosa non va nel rapporto con suo marito: l’intimità, quell’elemento che rende speciale la convivenza con un uomo, è ormai sparita da tempo. Lei e Arnold sono ormai due semplici conoscenti che vivono sotto lo stesso tetto, che si salutano la mattina per ritrovarsi la sera dopo il lavoro, cenare in silenzio davanti alla tv e andare poi a dormire in stanze separate. E’ questo il matrimonio che la donna, da giovane, sognava? Evidentemente no. Così Kay, appresa casualmente l’esistenza di un rinomato terapista per coppie, che lavora in una piccola città del Maine, decide di fare il grande passo: messi insieme i suoi risparmi, la donna prenota un biglietto aereo e un soggiorno per due nella cittadina, per quella che sarà una settimana di terapia intensiva. Convincere Arnold, per il quale non c’è nulla che non vada nel loro matrimonio, non sarà facile: ma ancora più complesso sarà superare, nella terapia, le numerose resistenze opposte dall’uomo (ma anche, inconsciamente, da Kay stessa) a una faticosa ma necessaria rimessa in gioco del loro rapporto.

Hope Springs (questo il titolo in originale) è una commedia gradevole, che si regge unicamente sulla bravura dei due protagonisti e su una regia intelligente e ben calibrata. Visto il tema delicato – l’amore e il sesso fra due persone di età non proprio verdissima – affidata ad un regista con meno esperienza o ad interpreti meno capaci, la storia di Kay ed Arnold avrebbe facilmente potuto diventare involontariamente comica o profondamente imbarazzante.

Si ride, o meglio si sorride, davanti all’imbarazzo di Tommy Lee Jones, nel parlare della loro vita sessuale, da tempo inesistente. Del resto, non è nuova la teoria che “Gli uomini vengono da Marte, e le donne da Venere”. I primi si rinchiudono nella caverna quando sono in difficoltà, e le seconde parlano senza sosta con chiunque. Con due mostri sacri, come Meryl e Tommy, non c’è dubbio: il risultato è un capolavoro. Tanto più che il terapeuta è Steve Carell, quanto mai misurato e ossessivo nell’aggiustarsi durante le sedute la piega dei pantaloni.

“Hope Spings” non è un solo un film hollywoodiano con due mostri sacri che non sbagliano un colpo. E’ anche una metafora sul tempo che passa inesorabile e la routine di tutti i giorni che rende le persone come automi.

Il registro è, in questo caso, molto diverso, ma così come allora, anche qui la collaborazione fra i due funziona niente male, con una regia perennemente vigile e attenta a non calcare troppo la mano e lei, Meryl Streep, nell’ennesima, impeccabile performance attoriale della sua lungimirante carriera, che si accosta, per spessore psicologico dei personaggi e natura della storia, a quella mostrata, in tempi relativamente recenti, nel non malvagio E’ complicato (2009) di Nancy Meyers.

I principali motivi di interesse della pellicola di Frankel risiedono quindi nel reparto attoriale, cui anche un Tommy Lee Jones più contenuto e calibrato del solito contribuisce in misura sostanziale, adattandosi molto bene, insieme alla sua “dolce metà”, ai toni anch’essi leggeri e misurati della sceneggiatura di Vanessa Taylor.

Ma, sempre a livello di cast, la vera sorpresa è forse proprio Steve Carell, per una volta serio e totalmente svestito degli abiti di comico che ha, fino ad oggi, messo in scena, peraltro con un certo successo.

Non c’è quindi da sorprendersi più di tanto se Il matrimonio che vorrei “deluderà” le vostre aspettative di vedere un’altra commedia in cui nefandezze, linguaggio scurrile e atrocità d’ogni tipo la fanno da padroni, perchè il fattore dominante del film di Frankel è, come facilmente percepibile, la maturità. Quella maturità che, fin troppo spesso, viene meno in un genere “serio” come la commedia e che, anche i nostri due attori, sembrano pronti ad affrontare.