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Tratto dall’omonimo romanzo di Nicolò Ammaniti e trasposto con la maestria e la lungimiranza che solo un maestro della sua fattura può vantare, il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes, dove ha riscosso grandi consensi.

Invece di partire per la settimana bianca con la sua classe, il quattordicenne Lorenzo decide di nascondersi in cantina per tutto il periodo, tutto solo. Il mondo con le sue regole incomprensibili fuori della porta e lui stravaccato su un divano, circondato di Coca-Cola, scatolette di tonno e romanzi horror. Sarà la sorella maggiore, Olivia, arrivata all’improvviso in quel rifugio, a far varcare a Lorenzo la linea d’ombra, a fargli gettare la maschera di adolescente difficile e accettare il gioco caotico della vita là fuori.

Io e te prosegue il percorso poetico intrapreso da Bernardo Bertolucci a partire dal 1996 (anno di Io ballo da sola). Anche in questo caso la vicenda si svolge prevalentemente in un (unico) luogo chiuso: una dimensione intimista funzionale alla ricerca e scoperta di se stessi, delle proprie paure e debolezze, oltre che della difficoltà a relazionarsi tanto con l’altro da sé che con il mondo esterno.

Lorenzo e Olivia sono fratello e sorella solo di nome, ma di fatto sono due sconosciuti che all’apparenza non hanno nulla in comune. In realtà sono accomunati dal loro status di outsider, di personaggi border line, in conflitto con quelle sovrastrutture (famiglia, scuola, relazioni interpersonali) che stanno al di là delle quattro mura di una cantina, metafora di un’esistenza vissuta quasi esclusivamente in rapporto con la propria interiorità e ripiegati su se stessi.

Così la cantina, arredata alla bene e meglio come un vero e proprio appartamento, diventa una imitazione di normalità depurata, almeno nelle intenzioni, dalle conflittualità quotidiane. Conflittualità che, ovviamente, non tarderanno a fare capolino anche in questo microcosmo creato ad hoc.

Lorenzo e Olivia sono, infatti, due personaggi solitari che più che incontrarsi si scontrano in superficie, ma si sfiorano solamente in profondità: due figure unite da quelle insicurezze, quella passionalità, quel desiderio di aprirsi alla vita, alle esperienze e alla conoscenza (lui è affascinato dagli animali e porta con sé un formicaio; lei è una fotografa sperimentale), quelle fragilità e contraddizioni che, seppur declinate variamente, sono il sale di una gioventù vitale e contraddittoria.

Bertolucci realizza un film ibrido che genera sensazioni contrastanti. Un film che non sempre riesce a sostenere la suggestione visiva e il simbolismo metaforico delle sue scelte con un’aderenza narrativa altrettanto forte. E se la presenza scenica dei due protagonisti (soprattutto quella di Tea Falco, naturalmente calata nelle vesti di Olivia) va di pari passo con la costruzione di un mondo esclusivo e autoreferenziale ignorato dagli adulti e che a sua volta ignora tutto ciò che gli ruota attorno, le situazioni di contorno rimangono spesso troppo abbozzate per creare la contestualizzazione necessaria all’interiorizzazione del film. Ma a farla da padroni qui restano le immagini. La cantina rappresenta il luogo di definitivo smarrimento ma anche la possibilità di fuga attraverso la riscoperta di un sentimento di fratellanza che smuove la voglia di vita e che si pone in contrasto con la seduzione della morte. Bertolucci segue con morbosa attenzione il processo di risveglio che lo scontro tra i due giovani provocherà, e lo fa soprattutto in chiave visiva, lavorando per sottrazione e nell’ottica di portare i due protagonisti a spogliarsi lentamente (metaforicamente e non solo) dei propri dolori e dei propri fardelli. La riscoperta di una personalità che può andare oltre l’appiattirsi sui muri che la società ci impone, rimane (soprattutto a livello di suggestioni) il traino più forte di un film in cui la mano di Bertolucci è più che mai evidente nel tentativo di colmare dei vuoti narrativi più o meno percepibili a seconda del punto di vista adottato nel corso della visione.