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Ritornato nelle sale cinematografiche italiane solo per due giorni dopo più di 50 anni e in programmazione speciale limitata, un grande classico di casa Disney in versione rimasterizzata, La carica dei 101. Tratto dal romanzo di Dodie Smith I cento e una dalmata. È considerato il 17º classico Disney secondo il canone ufficiale.

La vita di due giovani maschi, un uomo e il suo cane, procede monotona nella Londra dei primi anni ’40 (lo si capisce dalle macchine, dai modelli di telefono e dall’assenza di elettrodomestici) sino a quando uno dei due scapoli decide che è ora di cambiare. La decisione è presa da Pongo, un dalmata compagno di vita dell’umano e inesperto compositore di musica Rudy Radcliff. I due vivono in un appartamento nei pressi del parco comunale. Quando Pongo appostato alla finestra di casa nota una coppia di femmine adatta a loro dirigersi al parco coinvolge l’ignaro Rudy in un rocambolesco incontro; tanto buffo quanto risolutore. Tra le rispettive coppie nasce l’amore. Rudy sposa la bionda Anita e… Pongo “sposa” la maculata Peggy. Nella nuova casa in cui i quattro sono andati a vivere, coadiuvati dalla simpatica governante Nilla, vengono al mondo 15 cuccioli dalmata.

Tutto sembra procedere bene, quando appare sulla scena una vecchia compagna di scuola di Anita: l’eccentrica e benestante Crudelia De Mon – uno dei migliori personaggi cattivi delle storie Disney – che, venuta a sapere della nascita dei cuccioli, sbandierando spudoratamente la sua superiorità economica si offre di acquistarli tutti. Il suo intento reale è quello di utilizzare la loro pelle per realizzare pellicce maculate, l’enorme passione della sua vita. Per fortuna Rudy si oppone categoricamente alla vendita.

Crudelia, di nome e di fatto, assolda allora due manigoldi per rapire e uccidere i cuccioli. Nonostante Gaspare e Orazio siano due veri imbecilli, riescono nell’intento di sottrarre i piccoli cani alla governante quando questa rimane sola ad accudirli. Scotland Yard indaga sullo strano rapimento, ma a questo punto i genitori Pongo e Peggy capendo che gli umani non sono in grado di rintracciare i loro cuccioli, lanciano un disperato grido di aiuto ai loro simili.

In men che non si dica il “telegrafo canino” è innescato. Il passaparola che i cani di tutta la città raccolgono e amplificano rimbalza sino ai limiti della stessa. Anche gli animali della provincia e della campagna circostante recepiscono la richiesta di aiuto e proprio alcuni di essi si accorgono quasi per caso che nella apparentemente chiusa casa De Mon vi sono nascosti un paio di loschi individui, circondati da decine e decine di cuccioli di cane dalmata.

I cuccioli rapiti sono tra di loro. Appena la notizia della scoperta del luogo dove sono tenuti prigionieri i loro piccoli raggiunge, sempre grazie al telegrafo canino, Pongo e Peggy questi si precipitano immediatamente in loro soccorso.

Pongo e Peggy portano con loro i cuccioli e dopo una serie di mirabolanti avventure, tornano a casa, ricongiungendosi con i loro padroni, festeggiando il ritorno con sonori abbai di felicità!

Walt Disney dopo La bella addormentata nel bosco affronta una ‘fiaba’ moderna affidando il ruolo di narratore a un cane. Perché è Pongo a introdurci alla storia spiazzandoci (parla di ‘fido compagno’ riferendosi a Rudy) e ad analizzare inizialmente con acume la somiglianza che spesso intercorre tra i cani e i loro proprietari. La stessa grafica che accompagna i titoli di testa è in linea con i tempi, utilizzando come motivo le macchie del pelo dei dalmati che verranno poi ‘spruzzate’ sul viso di Rudy dalla stilografica di Crudelia e che i cuccioli cercheranno di nascondere rotolandosi nella cenere per sfuggire ai rapitori. Ci sono addirittura numerosi mobili che sono soltanto schizzati senza assumere una dimensione realistica.

È in questo mondo in cui sono gli animali a tirare le fila delle vicende (come già sperimentato in modo anche meno rispettoso delle regole in Lilli e il Vagabondo) che si fa spazio una delle ‘cattive’ per antonomasia del cinema disneyano. Crudelia De Mon, spesso preceduta da un fumo giallastro che proviene dalle sigarette fumate con il bocchino, diviene al contempo simbolo ante litteram di due sensibilità che la società americana farà proprie solo in seguito: il fumo come pericolo e l’animalismo antipelliccia.

Disney si prende però anche la libertà di fare ironia sulla televisione da un lato illustrandoci il punto di vista canino nei confronti di un telefilm ‘alla Rin Tin Tin’ (con tanto di cucciolo già teledipendente) e dall’altro mostrandoci un antesignano dei reality dei nostri giorni denominato “Qual è il mio reato?” in cui si deve individuare il crimine per il quale il protagonista è stato condannato. Non manca poi di aprire uno spiraglio di dolorosa riflessione dinanzi a uno dei cuccioli che sembra essere nato morto per poi però risolvere positivamente la scena. I due furfanti maldestri hanno ispirato innumerevoli tentativi di imitazione il più riuscito ed esplicito dei quali è rintracciabile in Mamma ho perso l’aereo. Il film visto oggi non risente del trascorrere dei decenni. Tranne in un particolare: sarà bene che gli adulti spieghino ai più giovani che cosa sia l’alfabeto Morse perché possano godere appieno la scena in cui i cani si trasmettono i messaggi abbaiando.