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Antartide,inverno 1982. Un cingolato avanza fra i ghiacci accecanti. A bordo ci sono tre persone. Un uomo racconta una barzelletta sconcia,un altro ride,il terzo è intento ad ascoltare i segnali della radio di bordo. In sottofondo ritma il battito monotonico,simile al pulsare di un cuore,che 30 anni fa chiudeva un film dallo stesso titolo. L’uomo alla radio rompe l’atmosfera goliardica e chiede silenzio;dalla radio gli arriva un segnale troppo particolare per essere ignorato. Trent’anni fa “La Cosa” di Carpenter apriva sullo stesso biancore infinito. Sulla distesa gelata,al posto del veicolo,correva un cane. Da un cielo molto vicino,un elicottero gli piombava addosso con a bordo degli uomini armati di fucile. Urlando,gli uomini sparano al cane. Ma il cane riesce a fuggire e trova riparo in un centro di ricerca americano. Sono le immagini in apertura di un cult reso capace di superare qualsiasi tempo senza ferirsi dei segni dell’età,icona di un cinema per ogni epoca e ogni pubblico che allora,piombato nel buio delle sale,sgranava gli occhi su queste immagini,trattenendo un respiro smorzato e domandandosi all’unisono del perchè nel mezzo del Polo Sud,un cane venisse braccato in quel modo.

Carpenter aveva già raggiunto il suo obiettivo in pochi secondi di pellicola. Il regista Matthijs van Heiningen Jr. apre “The Thing”,suo lavoro d’esordio per il grande schermo,sviluppando un equivalente senso di stridente disarmonia fra due situazioni in conflitto fra loro,una ilare e grottesca – la barzelletta – e la successiva allarmante e montata su due componenti che violentano la quieta apparenza,trasformandola nell’atmosfera innaturale del mistero e del pericolo. Nel film di Carpenter,al primo movimento – il cane – fa seguito la tragedia consumata in fretta alla base americana,con l’uccisione dei norvegesi. Con la loro morte,il motivo della caccia al cane non potrà essere spiegato. Dopo la premessa,il film comincia a narrare la sua storia. A nemmeno 4 minuti dall’inizio di “The Thing”,van Heijningen spezza i respiri del pubblico frantumando la crosta di ghiaccio e facendo precipitare il cingolato nel ventre della tundra. Anche qui,il film inizia il suo racconto. Quello che segue è la storia di quanto successe prima dei fatti narrati da Carpenter.

Guardando questo film, in effetti, si avvertono chiaramente due cose: da una parte il tentativo di mantenere un forte legame di continuità con la pellicola del 1982, in quelle location così simili a quelle dell’originale e in quel post-finale che con quest’ultimo riannoda esplicitamente (e saldamente) i fili, addirittura riprendendo il commento musicale originale di Ennio Morricone; dall’altra, si nota però un tentativo altrettanto evidente di riproporre motivi, atmosfere e persino snodi narrativi della pellicola di Carpenter, al punto che in molti frangenti si ha la netta sensazione di star guardando un vero e proprio remake. Apparentemente un prequel che si maschera da remake, quindi, ma che a uno sguardo più approfondito mostra di essere davvero, sotto l’ulteriore mimetizzazione narrativa che lo vuole “episodio 0”, un rifacimento del film originale. Livelli multipli, quindi, strati di mimesi che si sovrappongono come in un gioco di scatole cinesi, meccanismi concentrici di imitazione, in cui è fin troppo facile ritrovare un’affinità tematica col soggetto. Volendo stare a questo gioco, quindi (un po’ ozioso, lo ammettiamo) dovremmo domandarci se il film di Matthijs van Heijningen Jr. riesce ad imitare il suo modello altrettanto bene di quanto il suo alter ego filmico fa con le sue vittime. La risposta è, prevedibilmente, negativa: seguendo l’altra similitudine, quella fatta dai produttori, viene da dire che, se questo film ha evitato di disegnare i baffi sulla Gioconda, ne ha comunque realizzato un falso, di discreta fattura ma pur sempre (palesemente) un falso.

Tecnicamente la CGI è un altro elemento negativo del film. La qualità non è delle migliori e la creatura/Cosa viene in un certo senso banalizzata, tanto da far rimpiangere il fascino artigianale delle creature di Rob Bottin, di ben altro impatto verso lo spettatore alle prese con qualcosa paradossalmente più reale, tangibile e spaventoso.

Infine non sono tanto le piccole/grandi incongruenze di sceneggiatura nei raccordi fra il film di Carpenter e questo di Van Heijningen Jr. Il difetto sta nel replicare lo stesso meccanismo, dotandolo di poca fantasia. In poche parole “The Thing” (2011) formalmente è un prequel, ma nella sostanza si tratta di un vero e proprio remake che potrà essere probabilmente apprezzato da chi non ha visto il film di Carpenter, ma chi lo ha visto, con altrettanta probabilità, darà qualche motivo perlomeno di storcere il naso.