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Stati Uniti, 1818. Strani rumori provengono dal piano di sotto. Abe spia. C’è un uomo chino sul corpo senza vita della mamma. Il giovane Abraham Lincoln giura vendetta. E nove anni più tardi, quando si trova davanti il figuro, scopre con orrore che si tratta di un vampiro. Salvato da Henry Sturgess, nemico giurato dei succhiasangue, ne diventa apprendista. Di notte uccide i non morti, di giorno lavora. Scopre l’amore per l’affascinante Mary Todd, l’inclinazione verso la giurisprudenza e la politica che lo vede battersi per l’abolizione della schiavitù, un mezzo per privare i tantissimi vampiri che abitano il Sud del Paese della loro principale fonte di ‘cibo’. L’azione dell’ormai aspirante presidente degli States provoca la forte reazione di Adam, il leader dei vampiri americani.

Abramo Lincoln: cacciatore di vampiri. Il titolo originale dell’opera diretta dall’eccentrico e visionario regista kazako Timur Bekmambetov (Wanted) rivela una scioccante verità sul sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America. L’idea è intrigante ed è venuta a quello stesso Seth Grahame-Smith che, non tantissimo tempo fa, aveva ‘profanato’ la pagine austeniane con il suo Orgoglio e pregiudizio e zombie: infestando di morti viventi il mondo ovattato – e già di per sé complicato – dell’eroina Elizabeth Bennet. Stavolta nel mirino è finito Lincoln, facile pensare che il nome di battesimo, Abraham, abbia fatto pensare ai vampiri: del resto, non si chiamava Abraham Stoker l’autore di Dracula, immortale capolavoro letterario sui zannuti? E Abraham Van Helsing, l’eroe che sconfigge il principe transilvano sempre tra le pagine del romanzo gotico di Bram Stoker? Ma torniamo a Grahame-Smith, autore del libro da cui La leggenda del cacciatore di vampiri è stato tratto, nonché della sceneggiatura della pellicola.

Il regista, Timur Bekmambetov, ci ha regalato due dei film migliori del genere, “I guardiani del giorno” e “Wanted”, e c’era quindi una certa curiosità di vedere cosa si sarebbe inventato in una ambientazione ottocentesca. Le due sequenze migliori sono proprio quelle in cui si sono sfruttate le peculiarità dell’epoca: una infuriata corsa tra/su/con i cavalli e un combattimento sul tetto di un treno. Pur senza raggiungere le vette dei precedenti film (come il treno in “Wanted”) queste sequenze sono avvincenti ed originali. L’azione sul tetto del treno sfrutta anche bene il 3D, con lapilli arroventati che schizzano dappertutto a sottolineare i movimenti, mentre per il resto del film ci si accontenta della polvere che fa profondità come in “Hugo Cabret”. La maggior parte dei combattimenti, però, si basa sul fatto che i vampiri si rendono invisibili per riapparire subito prima di colpire (con effetto-spavento) ma Lincoln è velocissimo e li spazza via con movimenti acrobatici che apprezziamo in quanto visti in slow motion. Carino ma niente di eccezionale.

Oltre a Bekmambetov ci sono però altre due firme di un certo peso associate al progetto; Tim Burton come produttore e Seth Grahame-Smith, lo scrittore del libro da cui il film è tratto, come sceneggiatore. Il primo fornisce sostanzialmente le case, i costumi e le nebbie del “Mistero di Sleepy Hollow”, e il secondo un paio di spunti: la schiavitù come vampirizzazione legalizzata e l’idea che ha volte si ottiene di più con la politica che con i combattimenti con l’ascia (che comunque non conviene buttare via). Però le scenografie non bastano a creare una ambientazione e ad ognuno degli spunti narrativi è dedicato esattamente un minuto, quindi tutta la storia è solo uno sfondo pittoresco e abbastanza interessante per l’azione. Nel contesto dei film di Bekmambetov ci troviamo ad una via di mezzo tra l’affascinante mondo de “I guardiani del giorno” e l’esilità puerile della trama di “Wanted”. Difficile per un italiano immaginare l’impatto dei risvolti patriottico-storici su uno spettatore americano. Se per i 150 anni dell’unità di Italia fosse uscito, oltre a “Noi credevamo”, anche un film su Garibaldi contro gli zombie borbonici come l’avremmo presa?

Reduce da un immeritato insuccesso in patria, arriva anche da noi la rilettura supereroistica della figura di Abramo Lincoln: un film che vanta larghe dosi di spettacolo e azione ma non disdegna l’epica, con diverse trovate azzeccate e un tono generale inaspettatamente ‘serio’ vista la media delle produzione di genere. Ci aspettavamo un’insensata carneficina di mostri e figure storiche, e invece siamo rimasti piacevolmente stupiti: e al posto delle battutine di bassa lega al momento di moda in questo tipo di produzioni ci ritroviamo, invece, con diverse citazioni memorabili.
FX appena discreti, buon cast (nel quale ritroviamo la sempre adorabile Mary Elizabeth Winstead), regia frizzante e un 3D sorprendentemente funzionale, per una storia che non cancella la figura storico-politica ma ne accentua, anzi, i valori, in modo inusuale e divertente.