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Quando si parla di superare un separazione, affrontare un momento molto difficile della propria vita, elaborare la sofferenza per trasformarla in forza, il consiglio più sfruttato è sempre di affidarsi al tempo, placebo perfetto in grado di curare qualsiasi cosa. Ma il tempo, in realtà, è un lusso che non tutti possono permettersi, soprattutto quando si è padri di due bambini e responsabili economici, fisici ed emotivi di un’intera famiglia. Partono così le soluzioni alternative, immediate, la cui funzionalità è quasi sempre affidata al caso. Quella di Benjamin Mee, ex giornalista e scrittore di avventure, è una storia che si inserisce perfettamente in questo quadro di elaborazione del lutto e ricostruzione della propria vita. Sarà stato il suo carattere originale ma introspettivo, avventuroso ma complicato, ad ammaliare il regista Cameron Crowe, da sempre interessato a dirigere solo sceneggiature provenienti dalla sua esperienza personale, come Jerry Maguire e Quasi famosi. Non sarà la storia della sua vita, una viscerale esasperazione della sua passata esperienza, eppure in La mia vita è uno zoo la presenza del regista non è solo dietro la macchina da presa, ma aleggia nella storia con la consueta, determinata leggerezza.

Accade così che nei momenti migliori di La mia vita è uno zoo, le sagome contornate di luce e il bagliore del pulviscolo che si agita nell’aria di campagna si sposano alla perfezione con la rarefazione dei suoni islandesi di sottofondo. Insieme quest’accoppiata riesce a parlare benissimo di quel vuoto esistenziale di una vita in cambiamento, presa nell’attimo in cui ancora non è mutata ma ci sta provando. Ci sta provando davvero!

C’è quindi tutto il meglio e il peggio di Cameron Crowe in La mia vita è uno zoo. La storia, tratta da un fatto vero, è quella di un giornalista avventuroso con due figli a carico e moglie appena defunta che decide di comprare uno zoo, invece che una normale casa, per cambiare vita ed elaborare (assieme ai bambini) il lutto. Si tratta di una delle migliori figure tirate fuori da Crowe, almeno dai tempi dell’altro “game changer”, Jerry Maguire, un uomo razionale e incosciente al tempo stesso che prende il coraggio a due mani per cambiare la propria vita.

Attraverso una selezione sempre raffinata e originale di brani (dal sempre amato Tom Petty a Jónsi, chitarrista dei Sigur Rós che ha scritto le musiche del film), Crowe offre a Matt Damon l’opportunità di dare il meglio di sé nei panni di un padre di famiglia che ha appena perso la moglie. Recentemente sono state le lacrime di George Clooney a colpire la critica, Damon non è da meno e il suo papà che tenta di rimettere insieme i pezzi non si allontana troppo da Jerry Maguire: anche lui una volta era un “kamikaze” di successo, adesso deve imparare a rimettersi in piedi. Allo stesso tempo ricorda anche il Lloyd Dobler di “Non per soldi… ma per amore”, solo che non gli basta uno stereo per farsi sentire. Sarà più difficile, dal momento che “La mia vita è uno zoo” segna il passaggio definitivo di Crowe all’età adulta, quella della paternità e della piena maturità.

Positivo, ottimistico, solare: La mia vita è uno zoo è una pellicola molto semplice da assimilare ma che si impone grandi insegnamenti da tramandare. Come la regola dei venti secondi di coraggio, alla fine dei conti filo conduttore di tutte le vite che si intrecciano nella narrazione. È il protagonista a spiegarla al suo giovane figlio intrappolato tra gli incomprensibili problemi di cuore: bastano solo venti secondi di coraggio folle per far nascere qualcosa di grande. Un consiglio che, estrapolato dal suo contesto momentaneo, ha implicazioni anche su tutta la loro vita allo zoo. Non sarà forse il lavoro più intrinsecamente arguto del regista, ma sicuramente la pellicola riesce a riproporre Crowe nella sua totalità, con tutto ciò che di positivo e negativo essa comprende.