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In un grande allevamento di polli Leafie non si rassegna a vivere in gabbia e alla prima occasione riesce a fuggire, per scoprire subito che la vita ‘selvaggia’ è tutt’altro che tranquilla. Braccata da una feroce donnola Leafie si salva grazie all’aiuto di un’anatra coraggiosa, la cui compagna è una bellissima anatra dalle piume bianche. Un giorno questa viene uccisa dalla donnola, e Leafie decide di adottare il piccolo anatroccolo che questa ha lasciato. Nonostante la differenza della specie, Leafie lo alleva come se fosse suo figlio. Finché un giorno il piccolo viene catturato dal proprietario dell’allevamento.

In questa storia d’amore c’è un po’ de Il brutto anatroccolo, de Il popolo migratore, de La gabbianella e il gatto, di Bambi. Perché questa non è solo una storia d’amore. È anche e soprattutto una storia di guerra, di una di quelle eterne ed epocali, che si combattono tra la fantasia e la realtà, tra il senso di appartenenza e la solitudine, tra il sogno e la necessità. La difficoltà del vivere scaturisce dal fatto di dover effettuare delle scelte, che nascono dai dilemmi e sfociano nel sacrificio. Queste sono tutte, singolarmente, piccole storie di impegno e di rinuncia, che si rinnovano ogni giorno, dandoci sempre nuove possibilità di mostrarci codardi o coraggiosi, di condannarci con le nostre stesse mani, oppure di diventare eroi con poco. Ad impartirci la lezione è una gallina, chiusa in una batteria, che digiuna per giorni e poi si finge morta, pur di poter riconquistare la libertà. Una libertà da quattro soldi, verrebbe da dire, perché si estende solo per pochi metri fuori dalla porta, entro gli angusti spazi di un pollaio e di un piccolo cortile. Però è la prima tappa di una conquista decisiva, che avvia un percorso alla scoperta del mondo. Basta uscire dalla prigionia, per fare quell’incontro chiave che indica la direzione da seguire. Leafie non sa nulla della vita, ma lascia che questa le insegni i suoi dolorosi misteri, attraverso gli  ostacoli e le occasioni che essa porrà sul suo cammino: eventi che prevedranno tutti un confronto con l’ignoto, con quel territorio inesplorato che è l’altro da sé. Si può avere paura delle differenze e rifiutarsi di imparare da chi non si conosce: Leafie rappresenta l’atteggiamento opposto, ed è, in mezzo ad un ambiente dominato dalla rivalità e dalla diffidenza, l’esempio di  un animo che si apre generosamente al prossimo, anche quando questo non appartiene alla sua stessa specie. Un principio che saprà trasmettere al suo figlio adottivo Greenie, il germano reale di cui, dopo la morte dei genitori, ha continuato a covare l’uovo.

Quasi sei anni di lavorazione e un grande successo al botteghino coreano e cinese, con incassi che hanno persino superato quelli di Kung fu Panda 2, hanno spinto la Mediterranea Productions di Angelo Bassi a portare in più di cento sale italiane Leafie – La storia di un amore, un film d’animazione che alternando tragedia, azione e commedia, come nella migliore tradizione dei cartoni asiatici, ci racconta le avventure di una gallina indomita e amorevole dotata di un grande istinto materno che sfata una volta per tutte il mito dell’animale rumoroso e volgare usato come vittima sacrificale di spiacevoli quanto dispregiative metafore. Le galline, si sa, non possono volare ma come ne La gabbianella e il gatto, Leafie impara a farlo con la fantasia e con il cuore grazie all’amore per la creatura che ha cresciuto con le sue amorevoli cure che il volo e la velocità ce li ha nel DNA. Diretto da Oh Seong-yun e tratto da un romanzo di Hwang Seonmi, Leafie – La storia di un amore racconta un’intensa e a tratti divertente storia di crescita, d’amore materno e di adattamento allo stato brado capace di raccontare la vita e le sue tappe più importanti in tutte le sue sfaccettature, con picchi acuti di tenerezza e di drammaticità che lo rendono appetibile sì ad un pubblico giovane ma forse non proprio giovanissimo.

Il sottotitolo italiano recita “Una storia di amore”, sciatto e ovvio, dove quello internazionale suonava come “Una gallina in libertà” – voci originarie affidate a un cast di prima grandezza: Choi Min-sik (Oldboy) per Wanderer e Moon So-ri (Oasis, La moglie dell’avvocato) per Leafie – ma nessuno dei due rende l’idea sul tema portante di un film intriso di etica coreana: una storia di sacrificio ancor più che di amore, quello di una madre goffa e inadeguata che, per amore di un cucciolo non suo, affronta ogni genere di ostacolo, ben oltre le capacità che la natura le ha concesso. Non è dato sapere se Leafie (sceglie di) ama(re) Greenie per amore di Wanderer o per spirito di abnegazione materna – lo stesso che la porta a coccolare anche i cuccioli della più spietata tra le predatrici, colei che ha ucciso i genitori di Greenie – quel che conta è che l’affetto che prova è smisurato e invincibile. Addio sentimentalismi e melensi canzoni consolatorie, un benvenuto al politicamente scorretto e alla crudezza del reale, con oche e passerotti intenti a defecare, per lazzo (le oche) o come arma (i passerotti). Una prova di forza sorprendente per il cinema coreano, una possibile svolta per quello di animazione nel suo complesso.