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Sbarcato a Nagasaki, Pinkerton (tenore), ufficiale della marina degli Stati Uniti, per vanità e spirito d’avventura si unisce in matrimonio, secondo le usanze locali, con una geisha quindicenne di nome Cio-Cio-San (giapponese: Chōchō-san), termine giapponese che significa Madama (San) Farfalla (蝶 Chō?), in inglese Butterfly (soprano), acquisendo così il diritto di ripudiare la moglie anche dopo un mese; così infatti avviene, e Pinkerton ritorna in patria abbandonando la giovanissima sposa. Ma questa, forte di un amore ardente e tenace, pur struggendosi nella lunga attesa accanto al bimbo nato da quelle nozze, continua a ripetere a tutti la sua incrollabile fiducia nel ritorno dell’amato.

Pinkerton infatti ritorna dopo tre anni, ma non da solo: accompagnato da una giovane donna, da lui sposata regolarmente negli Stati Uniti, è venuto a prendersi il bambino, della cui esistenza è stato messo al corrente dal console Sharpless (baritono), per portarlo con sé in patria ed educarlo secondo gli usi occidentali. Soltanto di fronte all’evidenza dei fatti Butterfly comprende: la sua grande illusione, la felicità sognata accanto all’uomo amato, è svanita del tutto. Decide quindi di scomparire dalla scena del mondo, in silenzio, senza clamore; dopo aver abbracciato disperatamente il figlio, si uccide con un coltello donatole dal padre (tramite l’usanza giapponese denominata “harakiri”).

Madame Butterfly 3D, film in italiano sottotitolato, è senza dubbio un esperienza cinematografica unica e da ripetere. Encomiabile e di assoluto spessore il lavoro svolto dalla Royal Opera House di Londra, a partire dagli attori in scena incastonati in una scenografia minimale e sensazionale al tempo stesso, oltre all’orchestra che accompagna l’opera stessa di Puccini. Fino a qua nulla di nuovo direte voi, visto che si sta parlando di una lirica teatrale nota e apprezzata in tutto il mondo. La forza aggiunta, direi, sta quindi nell’aspetto cinematografico della pellicola stessa e nelle riprese in real 3D, le quali non temono alcun confronto con le “colleghe” più note viste fino ad ora in sala.

La fortuna di avere una telecamera vicina agli attori permette di vedere meglio e gustare ancor di più la loro interpretazione, indipendentemente da quale posto si abbia. Il montaggio, mediante transizioni e stacchi, da all’opera filmica il giusto ritmo e, anche per i profani, permette un ulteriore interesse. Infatti, la regia non è “risolta” semplicemente con una camera fissa frontale ma bensì con Dolly, carrelli, zoom in/out e tanti altri escamotage tecnici, il tutto con sofisticate apparecchiature di ultimissima generazione. La cineasta Julian Napier cattura lo spirito dell’opera e mediante un 3D perfetto buca, per usare un termine teatrale, la quarta parete. Il sistema di ripresa tridimensionale è la “cigliegina” su un’opera tragica di assoluto valore: profondità di campo e primi piani sono utilizzati al massimo delle loro qualità e il film sorprende anche per questo.

A scanso di equivoci, non sostengo che le emozioni provate sono identiche a quelle di un teatro dal vivo, sia chiaro. Nonostante un inevitabile filtro tecnico, soprattutto a discapito dell’audio ma migliorativo da un punto visivo, credo che un esperimento del genere possa avvicinare un pubblico più ampio ad un’arte troppo spesso elitaria, a causa dei costi decisamente poco popolari. Madama Butterfly muore in scena ma spicca il volo nella sala in 3D. Da vedere.