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Magnifica presenza vede protagonista Pietro, 28 anni, che arriva a Roma dalla Sicilia con un unico grande sogno, fare l’attore. Tra un provino e l’altro sbarca il lunario sfornando cornetti tutte le notti. E’ un ragazzo timido, solitario e l’unica confusionaria compagnia è quella della cugina Maria, apprendista avvocato dalla vita sentimentale troppo piena. Dividono provvisoriamente lo stesso appartamento legati da un rapporto di amore e odio in una quotidianità che fa scintille. Ma arriva il giorno in cui Pietro trova, finalmente, una casa tutta per sé, un appartamento d’epoca, dotato di un fascino molto particolare e Pietro non vede l’ora di cominciare la sua nuova esistenza da uomo libero. La felicità dura solo pochi giorni: presto cominciano ad apparire particolari inquietanti. E’ chiaro che qualcun altro vive insieme a lui. Ma chi?

Il film di una raggiunta maturità, si potrebbe definire così “Magnifica Presenza” che, alla pari di “Habemus Papam” di Nanni Moretti, permette a chi lo ha realizzato di rivestire i temi di sempre con una legittimità culturale che in entrambi i casi, ed in maniera diversa, si serve del teatro e dei discorsi che gli appartengono per realizzare questa impresa. Ma il problema in questo caso non sta tanto nel progetto quanto nella realizzazione che non riesce a tenere in piedi in maniera organica la quantità di spunti, personaggi e situazioni poste in essere. Così, seguendo i passi del protagonista che ad un certo punto perde le sue caratteristiche per diventare il traghettatore capace di far compiere al film quegli spostamenti, anche fisici, in grado di soddisfarne l’ intento omnicomprensivo, la storia si sfilaccia progressivamente introducendo personaggi come quello delle due bariste svampite e colorate – il verso ad Almodovar presente in altre parti è qui chiaramente manifesto – che fanno il filo a Pietro, del vicino di casa invaghito o forse no del nuovo inquilino, oppure di un travestito che aiuta Pietro a ritrovare Livia, figura attorno alla quale ruota il mistero e anche la felicità dei fantomatici visitatori, destinati a eclissarsi senza lasciare alcuna traccia.

Eleganti nei loro abiti démodé, le ombre di Magnifica presenza pretendono attenzione, si donano allo sguardo di Pietro e si specchiano nei suoi occhi, per ‘inscenarsi’ finalmente davanti ai propri. Perché è solo guardandosi da ‘una finestra di fronte’ che si annulla l’alienazione e ci si ricostituisce come soggetti. Costretti in cattività e a insidiare il presente di inquilini sgomenti, gli attori di una compagnia che fu cortocircuitano il passato e il presente, la Roma di ieri e quella di oggi, traghettando il protagonista e lo spettatore in un altro spazio e in un tempo altro, in cui si è svolto il dramma che li travolge. Indagando su quelle presenze gentili e sui loro anni sconosciuti, il protagonista si riappropria gradualmente della propria ‘stagione’, impegnandosi a vivere in un mondo migliore e non limitandosi soltanto a sognarlo. Il Pietro ‘magnifico’ di Elio Germano eredita la saggezza pasticcera di Massimo Girotti, corpo-cinema che incontrava e convertiva la Mezzogiorno, e diventa autore di sei personaggi più due (un bambino e uno scrittore). È lui il poeta senza il quale l’arte degli attori naufragherebbe nel caos, è lui che ricostruisce il problema e lo ‘recita’ esplicitamente permettendo ai fantasmi di dominarlo invece di esserne dominati. In cambio Pietro riceve una famiglia, di nuovo oltre i limiti biologici e con uno spiccato carattere di collettività, di nuovo da raccogliere intorno a una tavola imbandita, ‘accompagnata’ da note empatiche e ‘addolcita’ da torte glassate. Muovendosi con disinvoltura tra picchi emotivi, distensioni comiche e una partecipazione compassata alla maniera dei suoi personaggi, il regista realizza il suo film migliore, eludendo i rischi ideologici e morali dei precedenti, trattenendo il concetto che al centro dell’universo ci sia (soltanto) il privato e la realizzazione personale, misurando il bello stile e i manierismi, e infondendo alla sua storia il fuoco divorante di una passione che viene da lontano e culmina in un teatro (il Teatro Valle) occupato, questa volta da ‘presenze’ autogestite.