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Wall Street. Eric Dale, uno dei capi settore di una grossa banca di credito finanziario, viene licenziato in tronco. Ha solo pochissimo tempo per prendere i suoi effetti personali ed andarsene. Fa in tempo però a consegnare una chiavetta di computer al giovane analista Peter Sullivan dicendogli di fare attenzione. Peter, dopo che i suoi compagni di lavoro sono usciti, scopre che i dati che emergono dai file di Eric dicono che la banca, appoggiandosi su azioni virtuali, ha le ore contate. Sullivan mette in allarme le alte sfere e si convoca nella notte una riunione di emergenza. Bisogna decidere in tempi rapidissimi il da farsi o il crollo dell’Istituto sarà verticale. Le scelte da compiere dovranno fare (o non fare) i conti con l’etica.

Accolto dal consenso unanime della critica al Festival di Berlino del 2011 (e definito non a torto come il miglior film su Wall Street mai realizzato), “Margin call” è una produzione indipendente a basso budget che ha avuto il merito di richiamare, grazie ad una sceneggiatura solida e coinvolgente, un cast composto da numerosi volti noti del grande e del piccolo schermo, inclusi alcuni dei maggiori talenti del cinema contemporaneo. Il nucleo principale del film si svolge nell’arco di ventiquattro, drammatiche ore, scandite da un ritmo serrato e da una regia che sa destreggiarsi abilmente all’interno di una struttura di racconto corale, alternandosi di volta in volta fra otto diversi comprimari. L’azione ha luogo prevalentemente di notte e in un’ambientazione buia e asettica, tra gli uffici, i corridoi e le sale riunioni di un’importante banca d’investimenti che si ritrova improvvisamente sull’orlo del collasso.

Il segnale d’allarme, lanciato quando forse ormai è troppo tardi dal giovane analista Peter Sullivan (Zachary Quinto), costituisce la scintilla che scatenerà un’ondata di angoscia e di panico fra i dirigenti della banca, forsennatamente impegnati a studiare un piano d’emergenza in grado di evitare (o quantomeno di ritardare) il crollo del loro gigantesco castello di carte. Con un inappuntabile rigore che rifugge dai facili schematismi, J.C. Chandor riesce a tracciare un ritratto tanto accurato quanto inquietante del mondo dell’alta finanza e delle grandi speculazioni, mostrando con impietosa lucidità la totale assenza di scrupoli di chi gestisce nelle proprie mani le sorti dell’economia mondiale. L’impianto della pellicola, tutta giocata sulla forza dei dialoghi (vero motore portante della narrazione), è assimilabile per certi versi a quello di un dramma teatrale, con una serie di confronti fra i vari personaggi che valorizzano appieno le interpretazioni di una magistrale squadra di attori.

Accanto a Zachary Quinto, elemento di focalizzazione primario per lo spettatore, si fanno apprezzare Paul Bettany nella parte del manager rampante Will Hemerson e Stanley Tucci in quella del supervisore appena licenziato Eric Dale, oltre a Demi Moore, Simon Baker e, in un breve cameo, Mary McDonnell. Il migliore del gruppo è però Kevin Spacey nel ruolo di Sam Rogers, dirigente disilluso ma con un tormentato senso della morale, al quale, alla fine della giornata, resta ancora la capacità di commuoversi di fronte alla malattia della propria cagnetta. Spacey offre qui una delle sue prove più alte, in particolare quando si trova a dividere la scena con l’altro mattatore della pellicola: un sopraffino Jeremy Irons nei panni del “grande capo” John Tuld, tanto raffinato e composto nei modi quanto cinico e spregiudicato nelle proprie scelte. Da antologia il faccia a faccia conclusivo fra i due personaggi e il discorso di Tuld sulla natura del capitalismo, al quale Rogers risponde con una frase di tragica semplicità per motivare la propria decisione: “Ho bisogno dei soldi”.

Finalmente quindi il cinema ha fatto quel che sa fare meglio, mettere sul piatto non la storia come si è svolta ma un racconto sentimentale della grande trama che pervade il proprio paese.