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L’adattamento cinematografico di Sulla strada di Jack Kerouac, manifesto letterario della beat generation, è stato senz’altro tra i titoli più attesi degli ultimi decenni. Già dagli anni ’70 si era parlato, a più riprese, di una pellicola ispirata al libro di Kerouac, entrato di diritto tra i classici della narrativa americana; il cineasta che fin dall’inizio ha mostrato più interesse nel progetto è stato Francis Ford Coppola, che da tempo aveva opzionato i diritti del romanzo e che alla fine è rimasto, nel progetto, nelle vesti di produttore esecutivo. Ciò che per decenni ha reso problematico questo adattamento, scoraggiando probabilmente molti registi dall’imbarcarsi nell’impresa, è stata la particolare struttura del romanzo originale, pensato e scritto da Kerouac nell’arco di diversi anni, basandosi sugli appunti di viaggio presi durante le sue peregrinazioni sul suolo americano insieme al collega e amico Neal Cassady. Alla fine, On the Road ha preso vita grazie all’interessamento del brasiliano Walter Salles (familiare con la struttura del road movie grazie al suo I diari della motocicletta) che ha chiamato il suo sceneggiatore di fiducia Jose Rivera per il trattamento definitivo del romanzo di Kerouac.

“Conobbi Dean subito dopo la morte di mio padre…”: così Sal Paradiso (Sam Riley) comincia il racconto degli anni della sua giovinezza passati al fianco di Dean Moriarty (Garrett Hedlund), ex-pregiudicato dal fascino maledetto, in costante movimento e sempre alla ricerca di emozioni che lo scuotano nel profondo, sposato con la seducente e disinibita Marylou (Kristen Stewart). Sal è uno scrittore il cui romanzo non riesce a prendere vita, bloccato in una routine che non riesce a ispirarlo e scuoterlo nonostante le serate passate a svuotare la propria mente e la propria stessa esistenza con l’amico Carlo (Tom Sturridge). Dean diviene per lui la scintilla vitale, l’insanità e l’instabilità da ammirare, studiare, osservare in disparte lasciandosi permeare dolcemente. Quando il ragazzo si rimette in viaggio verso l’ovest, Sal decide di giocarsi la sua unica occasione per imparare a vivere un’esistenza senza costrizioni costruita sulla strada. Droghe, feste, alcool, conoscenze di una notte, allucinazioni, conversazioni profonde: tutto diviene oggetto e soggetto delle loro giornate consumate al massimo.

On the Road riprende in maniera quasi pedissequa la trama del romanzo che intende tradurre in immagini, glissando per quanto può sugli aspetti ideologici e filosofici messi in campo da Kerouac e concentrandosi sul lato umano dei suoi protagonisti, sulle relazioni personali, sui sentimenti. Così facendo, l’irrequietezza fisica e mentale dei beatnik risulta banalizzata, mai realmente contestualizzata sul piano sociale e politico: e non a caso On the Road indugia particolarmente sulle sregolatezze sessuali e stupefacenti dei suoi protagonisti.

Di conseguenza, anche lo stile narrativo e registico adottato da Salles ha ben poco a che vedere con quello letterario di Kerouac. Frammentazione e struttra episodica a parte, il flusso jazz delle parole non trova corrispondenza in una messa in scena pop, levigata e patinata. E, spesso, anche un po’ furbetta.

Se tutto questo poteva essere più che perdonabile, a On the Road, non lo è paradossalmente che, tutto sommato, l’adattamento può dirsi riuscito. Perché, con buona pace dei fan di ieri, “Sulla strada” è un romanzo letterariamente sopravvalutato, un po’ noioso e, soprattutto, oramai datatissimo.

E il film di Salles, come sia se considerato in parallelo con il libro che preso come entità a sé stante, è noioso e datato. Tutto concentrato sull’estetizzazione di una trasgressione (quella descritta come viene fatto) sterile e un po’ infantile, slegata da ogni istanza se non quella di un edonismo dionisiaco che cerca in tutti i modi di farsi costruttivo, senza grande successo.

Il regista non si sofferma sulle motivazioni della loro scelta di  vita ma rimane in superficie, non si coglie nessun vero ideale dalla recitazione dei tre attori principali, come degli altri interpreti, soltanto un vago senso di smarrimento compensato da una condotta di vita a dir poco deplorevole. Decisamente si poteva fare di meglio, dato che gli spunti letterari e non solo, non sono mancati al regista.

Il percorso evolutivo di On The Road non è mai stato semplice sin dalla sua prima stesura. È un destino beffardo quello che perseguita l’opera di Jack Kerouac, che si presenta sempre su un livello superiore rispetto allo standard di comprensione sociale del momento. Troppo diretto e sfacciato per essere un libro cult negli anni Cinquanta, così come troppo articolato per essere una pellicola di facile fruizione oggi, nel 2012. Inerte, a tratti soporifera, sofferta e tormentata, la pellicola non riesce a esprimersi nel migliore dei modi, regalando pochissimi momenti emozionali laddove si fonde con le parole, sussurrate a mezza voce fuoricampo, del suo (a tratti incompreso) autore.