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Ci sono occasioni nella vita che sarebbe meglio non cogliere. Marco, Simone e Ale sono amici da un sacco di tempo, vivono tutti in un quartiere nella periferia di Roma dove non succede mai niente. I ragazzi si ritrovano in mano le chiavi di una bellissima villa fuori città. E’ la villa del Marchese Lanzi, che sarà via per tutto il fine settimana. Il Marchese è un tipo strano, un ricchissimo collezionista d’auto d’epoca, cliente dell’officina dove lavora Ale. I tre ragazzi non resistono e si tuffano senza limiti nel lusso della villa. Ma c’è un’unica cosa che non dovrebbero fare: andare in cantina…

“Paura 3D” vive di citazioni, alcune meramente testuali (il libro dei racconti E.T.A. Hoffman mostrato nella casa dove si svolge la vicenda), altre stilistiche (Dario Argento, Mario Bava, più alla larga a certo horror nipponico), altre infine debitrici alla cronaca, in primis all’inquietante caso di Natascha Kampusch, la ragazza austriaca segregata per anni da un insospettabile orco. Tutto parte dalla ragazzata di tre amici un po’ coatti — Marco (Claudio Di Biagio), Simone (Lorenzo Pedrotti) e Ale (Domenico Diele) — che decidono di sfruttare l’immensa villa di un ricchissimo marchese, il Lanzi (Peppe Servillo), per passare un week-end a base di spinelli, videogame, piscina, lusso sfrenato tra bottiglie di Dom Perignon tenute in frigo e di vino Sassicaia conservate in cantina. Ecco, appunto, la cantina. Mentre Marco e Ale se la godono allegramente, il più nevrotico e introspettivo Simone scende laggiù, per scoprire un’agghiacciante segreto.

Ispirandosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto (la storia di Natascha Kampusch,la ragazza austriaca sequestrata per otto anni da Wolfang Priklopil, ed prendendo spunti dal libro autobiografico di questa) i Manetti Bros vorrebbero rendere omaggio ai loro idoli di sempre: Alfred Hitchcock, Brian De Palma e Dario Argento. Ma questo Paura 3D sembra essere molto più vicino ai primissimi slasher movie degli anni ’70, “Reazione a catena” di Bava su tutti.

Lo svolgimento della storia sembra essere più improntata sulla suspance (la paura appunto), mentre le scene splatter sono molto contenute, ben realizzate da Sergio Stivaletti, mai una prerogativa sul resto della pellicola. Un pregio si potrebbe dire. Tuttavia il primo horror dei talentuosissimi cineasti romani appare più volte un ibrido: quasi un volere ma non posso.

Certo, i Manetti sono dei registi che meritano rispetto, senza esagerare un orgoglio per il nostro cinema: ma questa loro ultima fatica cinematografica sembra un passo indietro rispetto ai loro precedenti lavori, “L’arrivo di Wang” su tutti. Vien da pensare che la distribuzione mainstream della Medusa abbia inconsapevolmente influenzato i due registi, limitandone (a livello inconscio) la libertà di espressione artistica.

Una nota a margine merita il 3D: continuo a sostenere che il tridimensionale vada benissimo per i kolossal (non tutti) e certi generi cinematografici (come l’avventura e la sci-fi), ma non per gli horror. E dire che i Manetti, come scritto sopra fan di Hitchcock, l’esempio ce l’avevano sotto gli occhi: quando “Il Delitto Perfetto” di Sir Alfred venne ridistribuito worldwide in 3D, si rivelò un fiasco colossale.

Fatte comunque queste debite premesse, “Paura 3D” è un film piacevole, da vedere e che si lascia vedere. Lo svolgimento è molto lineare, classico, cosa che manca decisamente nel cinema nostrano, ed alcune sequenze sono davvero indovinate. Merito anche di una fotografia che sperimenta nella classicità del ritmo e convince in più riprese.

Buona anche la prova degli attori, sebbene la Cuttica (che come Mathilda May, la protagonista di “Space Vampyre” di Hooper, recita nuda per tutta la durata della pellicola) fosse più convincente nella parte dell’interprete cinese di Wang.

Alcuni richiami consapevoli e inconsapevoli ai film di genere: anche a quelli dell’ultima ora. Quello dei tre ragazzi che ritornano in villa è un chiaro omaggio a “Il bosco fuori” di Gabriele Albanesi, mentre il finale sembra molto simile a un prequel di “The woman” di Lucky McKee (anche se lo stesso “The Woman” è il sequel di un’altra pellicola).

In sostanza: un film da vedere, e se gli incassi daranno ragione, sarà un’occasione che han fatto bene a cogliere. In caso contrario i Manetti comunque rimangono dei grandissimi registi, una delle pochissime speranze della rinascita del cinema di genere nostrano, che tanto ha dato al nostro paese e al mondo intero.