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Project X segue le vicende di tre apparentemente anonimi studenti ed il loro tentativo di costruirsi una reputazione. La loro idea è tutto sommato innocente: organizzare una festa indimenticabile. Purtroppo però non sono preparati per questo tipo di festa. La voce si sparge in fretta tra sogni spezzati, record abbattuti e leggende che nascono.

Adolescenza. Questa sconosciuta. Perché è inutile negarlo ma, nonostante la società e i media da sempre si interroghino sui suoi meccanismi, rimane pur sempre uno di quei periodi della vita in cui tutto è possibile e nulla è definibile. Come se le sinapsi di quelli che diventeranno i futuri membri della società non fossero ancora ben connesse tra di loro e, proprio per questo, ognuno di loro fosse costantemente una mina innescata, che aspetta solo di essere calpestata dagli eventi. Un’esplosione incerta ma che tutti temono, che spesso finisce con il coincidere con una festa, magari uno di quei compleanni da voler ricordare a tutti i costi. Quanti progetti cinematografici sono stati dedicati a questo tema? Quanti episodi delle più famose serie TV si perdono in balli studenteschi, party in piscina e interminabili partite a beer-pong? Perché è inevitabile: che tu sia lo sfigato della scuola o il ragazzo più ambito del corridoio, il desiderio intrinseco che ti accompagna per tutti gli anni del liceo è solo uno. Farsi riconoscere, essere qualcuno, diventare memorabile. Quando la vita fa di tutto per renderti sempre più invisibile agli occhi della società, quando tutto ciò che ti circonda ti appare come uno di quei macigni da cartone animato che non aspettano altro che caderti sonoramente sulla testa, quando gli ormoni lampeggiano come una freccia da night club puntata verso quello schianto di ragazza che non sa nemmeno come ti chiami… la soluzione è mettersi in mostra.

Il provetto manager e spaccone Costa, insieme al paffuto ma eccitatissimo Jb, metteranno in piedi un colossale party che coinvolgerà, a serata ormai fuori controllo, qualche migliaio di giovani accorsi da tutte le parti della città. Il tutto scritto e messo in scena rispettando i canoni della commedia un po’ “godereccia” e involgarita che pare sfondare così tanto in questo target di pubblico: dialoghi incentrati sul sesso più sconcio, ragazze di facilissimi costumi pronte a denudarsi a ogni tuffo in piscina e via dicendo. Insomma, tutto per ottenere un sacrosanto divieto ai minori di quattordici anni (come puntualmente accaduto in Italia).

Ma “Project X”, a sorpresa, stravolge il corso della narrazione a due terzi del suo percorso e vira su altre strade. Quando infatti la festa si trasforma e perde il suo normale andamento, e la rabbia repressa di una gioventù borghese annoiata e in cerca di sempre nuovi divieti da trasgredire esplode per le strade, la cinepresa di Nourizadeh indugia sugli sguardi attoniti di uomini delle forze dell’ordine e vicini di casa. Qui, il registro narrativo assume una sua valenza originale che strappa, a nostro giudizio, la sufficienza al film. Perché nell’esasperazione delle movenze del miglior amico ossessionato da sesso ed etichetta, così come nella ricerca del divertimento più esagerato da parte di tutti gli invitati, la pellicola centra una lettura sociale per niente banale. E quindi sì, forse i nuovi giovani della middle class americana sono questi, insoddisfatti e distruttivi.

Necessita ora di procedere all’ennesima registrazione di un fenomeno ormai più che abusato, davvero violentato dal cinema contemporaneo: l’escamotage del racconto in soggettiva, il cosiddetto Pov (Point of View) arriva ora anche nel teen movie dopo essere stato abbondantemente utilizzato in altri generi, primo fra tutti l’horror. Il problema è che, a differenza di alcuni (pochi) caparbi pionieri, molti giovani cineasti alle prime armi trattano certe tecniche di ripresa con la superficialità con cui un bimbo si avvicina al suo nuovo gioco. Se ne innamorano in modo folgorante, ne fanno uso a piene mani e poi se ne dimenticano bellamente, tradendo una coerenza narrativa che pure è loro sempre richiesta.

Nourizadeh se la cava a sufficienza, decidendo di trasformare in corsa (pensiamo consapevolmente) la sua iniziale impostazione (le immagini che vediamo sono esclusivamente quelle del documentario che il quarto amico della compagnia sta girando in presa diretta) con un ampio mockumentary a più voci in cui alla telecamera amatoriale iniziale si aggiungono telefonini, piccole videocamere e riprese televisive dall’alto. Se fosse tutto congegnato, sarebbe un piccolo saggio sulla congerie di mezzi di comunicazione che ormai ambiscono a fare concorrenza alla vecchia e cara cinepresa.