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Roma fa pensare ai palazzi antichi, alle strade imperiali, ai vecchi quartieri pieni d’incanto. Dire che Diego vive a Roma può essere sviante. Dove vive lui, i turisti non ci passano nemmeno per sbaglio. Diego è nato in uno di quei quartieri popolari ai margini della città, dove puoi scegliere, ma solo tra due strade. La prima è quella del lavoro duro e del sapersi accontentare. La seconda è quella dei piccoli furti, dello spaccio e poi chissà. Diego ha scelto i mattoni, il cantiere, ha scelto di sudare, niente sorprese. Ha scelto Cinzia, perché sono cresciuti insieme, nello stesso condominio, sullo stesso pianerottolo. Per Cinzia la strada da scegliere è una sola, chiara e sicura da quando è bambina: fare figli, sposarsi, accudire la casa. Questo passo, che potrebbe sembrare un fatto privato, non lo è in borgata dove si condivide tutto, anche la vita degli altri. Così una schiera di parenti, amici e vicini di casa si accinge a dare una mano, a commentare, a consigliare e sconsigliare. Tutti insieme per il matrimonio che si deve fare…

Presentata alla 68. Mostra di Venezia (Controcampo italiano), la commedia di Saverio Di Biagio, all’esordio dopo una lunga carriera da aiuto regista, ha un tocco lieve e uno sguardo non banale sulla realtà che descrive (il quartiere romano del Quadraro, periferia romana ancora non “sdoganata” dai trend cinematografici). L’affetto verso i personaggi che descrive non scade mai nel manicheismo o nel facile abbozzo: non c’è torto o ragione, tra un protagonista in bilico tra due mondi lontanissimi e un’umanità convinta che la vita si esaurisca all’interno dei propri confini di appartenenza, in appartamenti ristrutturati poco distanti dai propri genitori, questi ultimi specchio di una storia che sembra ripetersi senza appello. Il cast è ispirato e in parte, dai bravi protagonisti fino ai contributi di Michele Riondino (l’amico sacerdote), Primo Reggiani (amico “traffichino” di Diego ed ex fiamma di Cinzia), Pietro Sermonti (un cinico, disincantato costruttore) e di Elio Germano (per lui un ironico cameo, nei panni di un venditore di mobili), all’apporto di caratteristi come Giorgio Colangeli e Paola Tiziana Cruciani, abili prosecutori della tradizione della commedia all’italiana.

Tutti rendono alla perfezione quella vena agrodolce, quel senso di frustrazione che a un tratto, da individuale, sembra farsi collettivo, per poi stemperarsi felicemente nell’ironico finale: un invito a provare sempre e comunque a vivere un’esistenza diversa dalle altre, e assieme un’accettazione della vita per quella che è. Disastrosa, lontana anni luce dai propri sogni, ma concreta e reale. Al punto tale da volerle bene, perché è l’unica che si possiede davvero.

Saverio di Biagio firma con la sua opera prima un film piuttosto capace di insinuarsi con leggerezza e impegno in un sistema sociale rigido che fa fatica a rinnovarsi e che trova la sua massima rappresentazione nella vita di periferia, dove tutto scorre verso un fine in cui il dubbio (formale) di un’apparenza da inseguire a tutti i costi non può essere contemplato. Qualche forzatura narrativa in meno e una gestione più audace dell’epilogo avrebbero sicuramente giovato a una commedia che ha dalla sua un buon cast (ben diretto, che include tra l’altro un inedito Elio Germano nei panni di un eccentrico venditore di materassi) e un’originale chiave di ri(lettura) dello stereotipo sociale.