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Luciano (Aniello Arena), pescivendolo napoletano, sposato e con due figli, conduce una vita mediocre. È  simpatico e benvoluto ma osteggiato dalla crisi economica e spesso costretto a truffare anziane signore per poter arrotondare. Il suo eroe è Enzo (Raffaele Ferrante), vincitore del Grande Fratello e ora showman degli ambienti provinciali, dove anima feste, matrimoni e serate in discoteca, sempre con un microfono in mano, impegnato a ripetere perentoriamente il suo secco slogan stereotipato: “Never give up”. Quasi casualmente Luciano, spinto dai figli, si presta ad un provino per la nuova edizione del Grande Fratello. Quando passa alla seconda fase e si deve addentrare negli studios di Cinecittà, la febbre euforica dello spettacolo e del successo cresce dentro l’ingenuo pescivendolo, il cui mondo comincia a declinarsi totalmente in funzione della televisione e dell’apparire. Sempliciotto e sprovveduto, Luciano si lascia ipnotizzare dai biechi trucchi della macchina infernale saturata di real time, dai suoi cerimoniali e dalla sua immagine edulcorata. Il desiderio di entrare nella casa del reality diventa un’ossessione capace di divorare, morso dopo morso, tutta la vita di un uomo medio.

Tornare a dirigere un film dopo un lavoro tanto apprezzato a livello internazionale quanto Gomorra dev’essere stata un’impresa non da scherzo per Matteo Garrone. Il regista ha deciso saggiamente di raccontare una storia più contenuta e lineare, anche se confezionata con uno stile sontuoso e colma di spunti che vanno ben al di là della superficie. Insomma, l’idea di fare un piccolo film è sfociata poi in un film che di piccolo non ha nulla.

Reality non è una critica ai reality show. Garrone questo lo ha esplicitato nella conferenza stampa che è seguita alla proiezione in anteprima del film, ma non ce n’era bisogno davvero, perché è chiaro che al regista e agli sceneggiatori Ugo Chiti, Massimo Gaudioso e Maurizio Braucci non interessava tanto lo sguardo a un’Italia agghiacciante e in piena crisi culturale, che comunque traspare tra le righe. Non interessava nemmeno più di tanto la denuncia ai meccanismi della fama vuota e immeritata che nasce da queste trasmissioni, anche se in qualche modo il discorso è presente tramite il personaggio di Enzo, l’ex concorrente del GF a cui il protagonista Luciano (Aniello Arena) guarda con un misto di ammirazione e invidia.

Anche per i detrattori, in questo senso, Reality diventa una commedia aperta a fruttuose scomposizioni e ricomposizioni tra gli specchi del “ventennio”, lasciando traspirare l’olezzo del virus. Non è un gioco. È un valore. L’aspirazione al Grande Fratello, quel bunker di eletti che ti cambia la vita se non sai che vita vuoi, tocca il pescivendolo Luciano in occasione d’un provino. Saracinesca e banco al quartiere Barra e un traffico di robot di cucina, vive l’attesa di una convocazione con spostamenti progressivi dal desiderio al delirio al desiderio delirante, fino a sentirsi “assente non giustificato” dal programma, scatenando una nevrosi di controllo che è comica, tragica e simbolica (la vendita della pescheria, il grillo che lo fissa in casa, la donazione ai poveri). Per il medico è «trauma da GF», dopo le trasmissioni passerà (Arena, attore carcerato, parafrasa Totò dove Totò sembrava la marionetta sorvegliata da un dio/giudice).

Proiettato il 18 maggio al Grande Theatre Lumiere, il film è stato accolto da applausi poco calorosi. Il pubblico francese ha reagito con un certo apprezzamento condito di risate, ma senza il trasporto che Garrone e Sorrentino avevano esercitato solo pochi anni fa. Anche se il prodotto finale è di buona qualità, la forza pervasiva con cui si disseziona e si indaga la realtà non è all’altezza delle precedenti prove registiche di questo pluripremiato cineasta. Resta un film interessante su cui riflettere, a metà tra stampo naturalistico e fittizio. È anche una prova, in cui il regista decide di invertire di segno il suo stile per raccontare non solo la Napoli iperneorealista e a chiaroscuri di Gomorra, ma anche la Napoli fatiscente e affabulatoria, drogata di allucinazioni televisive e di mondi astratti.