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Il T-virus mortale della società farmaceutica Umbrella Corporation continua a devastare la Terra, trasformando la popolazione mondiale in legioni di zombie affamati di carne umana. Alice rappresenta per l’umanità l’unica speranza. Si risveglia così, all’interno della struttura segreta della Umbrella e svolgendo indagini approfondite, scopre alcuni segreti del suo misterioso passato. Braccata e senza un rifugio continua a cercare i responsabili dell’epidemia; la missione la porterà da Tokyo a New York, Washington D.C. passando per Mosca. Ad attenderla una rivelazione che metterà in discussione tutte le sue certezze. Con l’aiuto di nuovi alleati e vecchi amici, Alice dovrà combattere per sopravvivere abbastanza a lungo da sfuggire ad un mondo sull’orlo dell’oblio… Il conto alla rovescia è iniziato.

Senz’altro non c’è nulla di meglio del 3D per raccontare una storia nata da un videogioco. E lei, Milla, è la solita guerriera invincibile, anche se in questo film è ritornata umana e ha perso i suoi superpoteri. In cambio, però, ci ha guadagnato una figlia, che poi scopriremo essere un clone, nato da un suo clone, ma questa ragazzina diventerà in fondo la sua forza.

Come spesso capita in film del genere, la trama conta poco. Tutto è basato su combattimenti al cardiopalmo e soprattutto su un continuo mischiarsi di realtà e finzione nella storia dei suoi personaggi.

Più che “Residente Evil” sembra “Matrix”, con una femmina Alfa al posto di Neo l’eletto. Nella storia raccontata la realtà, infatti, non esiste più e quasi tutta l’umanità, zombie a parte, è una simulazione della Umbrella.

Arrivati alla fine del film, tuttavia, è grande la delusione se ci si aspetta chissà quali rivelazioni: la grande verità è una sola, mentre per tutte le altre domande bisognerà attendere il “gran finale”. Tutto qui. Non che ci si aspettasse chissà che trama articolata e dialoghi profondi, però già Afterlife aveva tentato di portare avanti una storia e un intreccio, per quanto pasticciato, e il precedente I Tre Moschettieri vantava una storia, per quanto ordinaria, molto più soddisfacente, con personaggi decisamente più tratteggiati. Qui invece i vari protagonisti vengono gettati lì nel mucchio senza il dovuto approfondimento, soprattutto i vari Leon, Ada, Burton, tanto per compiacere i fan, per i quali non hanno bisogno di presentazioni.

Allo stesso modo, Anderson è passato dal cercare di riproporre il feeling del gioco replicandone a schermo alcune sequenze paro-paro (vedasi la battaglia con Wesker in Afterlife) alla semplice citazione meta-mediale, come il modellino di Ada che nel computer dell’Umbrella assume le forme poligonali viste nei videogiochi. Stesso dicasi di mostri, ambientazioni, situazioni, riproposti a ruota libera lungo un carnet di veri e propri stage che, vista anche la quantità di combattimenti, ricorda più un complesso picchiaduro che un survival horror, oltre che essere una comoda trovata registica per variare le location in uno schiocco di dita.

Che dire, arrivati a questo punto? I personaggi su schermo rendono, le interpretazioni sono convincenti, gli effetti speciali tra i migliori di quest’anno, l’adrenalina è a mille. Anderson si libera del problema di dover portare avanti una “vera” storia semplicemente riempiendo il vuoto della sceneggiatura con false piste, citazioni e riferimenti (anche a giochi che non c’entrano nulla, come Mortal Kombat o Devil May Cry, o a film di fantascienza classici ben lontani dall’universo Capcom) oltre che con combattimenti no-stop sicuramente appaganti dal punto di vista action ma che, alla lunga, rendono il tutto unicamente uno spettacolo per gli occhi e per il cuore che, però, ben poco lascerà nella memoria di tutti.

Se la saga non vi ha mai convinto, non sarà l’episodio che vi farà cambiare idea: se invece cercate un buon action senza fronzoli che non siano grafici, eccovi serviti.