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Dopo la Corea del Sud, tocca alla Malesia lanciarsi alla conquista delle sale cinematografiche italiane con un lungometraggio d’animazione. Un altro cartone animato asiatico è approdato nelle nostre sale,  a pochi giorni di distanza da Leafie, per offrirci, rispetto alle favole disneyane, uno sguardo ben più disincantato sul mondo degli animali e sul rapporto tra questi e l’uomo.

Quando dei bracconieri rubano diversi sacchi di uova dal suo reef, lo squalo bambù Pup dà inizio alla sua personale missione: salvare i suoi potenziali fratelli e sorelle. Terrorizzato per la sicurezza dell’amico – la missione lo costringerà ad addentrarsi nel mondo degli umani – lo squalo pinna bianca Julius decide di accompagnarlo per proteggerlo, indossando un abito stravagante che gli permette di respirare anche fuori dall’acqua. Nel frattempo, approfittando dell’assenza degli squali, forze del male escogitano un piano per invadere la barriera corallina: Pup e Julius riusciranno dunque a salvare tutti?

È un posto infido, l’oceano, e sebbene sia una pellicola per bambini la catena alimentare deve fare il suo corso, certo non si lascia spazio a territori di celluloide cupi e tristi, ma tra i vividi colori dei fondali il messaggio del ‘mangiare ed essere mangiati’ non può passare inosservato. Anche la salvaguardia dell’ambiente entra prepotentemente nelle trame marine, ma tutto ha la leggerezza delle favole. L’incantesimo delle immagini animate riesce ad attrarre più nei fondali che non sulla terraferma.

Seafood racconta il gioco della vita con i suoi interrogativi, le sue ingiustizie, i suoi pericoli, che non finiscono mai, e ci chiedono di essere costantemente vigili ed attivi, impedendo che chiunque, buono o cattivo che sia, venga lasciato solo.

Oltre che per la caratterizzazione di alcuni personaggi, un paio di sequenze (crediamo volutamente) ricordano il lungometraggio animato Pixar  di qualche anno fa Alla ricerca di Nemo e quello più recente Aardman Animation, Galline in fuga. Ma, l’impressione è che si tratti piuttosto di una sorta di omaggio. Nella corposa trama non mancano i riferimenti all’amicizia, alla solidarietà e tutti quegli elementi buonisti che, se non esasperati, calzano a pennello a ogni novella che si rispetti. Al tirar delle somme, Seafood – Un pesce fuor d’acqua è sicuramente adatto ai bambini, ma il vicino di poltroncina non rischierà placidi abbiocchi.

La tecnica è basata su una computer graphics già ampiamente collaudata, che non riserva particolari sorprese sul piano dello stile. Il tutto, però, è sapientemente calato nello scenario orientale, non solo per gli elementi paesaggistici tipici delle coste dell’Oceano Indiano (i villaggi di barche), i riferimenti alle usanze locali (gli aquiloni) e per i tratti somatici delle figure umane, ma anche per le esplicite citazioni cinematografiche, che riprendono, con una parodia contenuta entro i giusti limiti, alcuni elementi dei film d’azione made in Hong Kong o ispirati alle arti marziali. La violenza diventa drammaticamente espressiva, a tratti frenetica e tale da trasformare la furia di un inseguimento in una spettacolarità adrenalinica, tendente al carattere coreografico di stampo hollywoodiano, eppure non così decorativa e rigorosamente disciplinata come nei musical o nelle comiche americane.

La produzione di SeaFood – Un pesce fuor d’acqua ha avuto inizio nel 2007 da un progetto di Aun Hoe Goh rimasto in fase di sviluppo per ben nove anni senza trovare degli investitori. Dopo aver finalmente trovato i fondi, il regista Gon ha messo assieme una squadra di 35 animatori per realizzare il film in tre anni. Negli Stati Uniti la pellicola ha ricevuto un ”PG” per situazioni di paura, azione e linguaggio breve e leggero.