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La giovane Heather, 18 anni ancora da compiere, è vittima di incubi ricorrenti. La ragazza, che ha passato gli ultimi anni della sua vita a spostarsi di città in città insieme a suo padre, sogna un luogo chiamato Silent Hill, cittadina deserta e immersa nella nebbia, dimora di forze oscure che sembrano misteriosamente chiamarla a sé. Gli incubi sono forse reminiscenze di un lontano passato, che si lega al mistero della nascita di Heather, all’improvvisa scomparsa di sua madre, e al motivo per cui lei e suo padre sono sempre in fuga. L’oscuro potere che abita Silent Hill sembra esigere che Heather raggiunga la cittadina per sciogliere questi misteri, ma suo padre Harry continua a ripeterle di non ascoltarlo. Nel frattempo, la ragazza è vittima di continue visioni che la affliggono anche da sveglia, mentre un misterioso investigatore privato inizia a seguirla; realtà e incubo si confondono sempre più, quando improvvisamente Harry viene rapito. Il messaggio rivolto ad Heather dai rapitori di suo padre è chiaro: “Vieni a Silent Hill”. La ragazza, per salvare il genitore, dovrà così disattendere la sua ingiunzione e raggiungere il luogo dei suoi incubi; al suo fianco ci sarà Vincent, suo nuovo compagno di classe che è riuscito a superare la riottosità di Heather a stringere legami.

Da sempre quando si parla di un film tratto da un videogame il risultato è nella maggior parte delle volte un flop, successi videoludici come Tomb Raider, Resident Evil e Doom hanno impattato contro la dura realtà degli autori di Hollywood costretti a plasmare un grande potenziale al volere delle major.

In poche occasioni si è potuto però constatare che il connubio artistico poteva non essere solo un miraggio, tra questi è sicuramente da menzionare Silent Hill del 2006, un film che grazie all’accortenza del suo regista francese Christophe Gans riuscì a trovare una sua dimensione giusta e onesta in un universo fatto di “orrori” produttivi.

Questo Revelation invece rivela ben poco e annoia molto nel suo sforzo di replicare (mutandone i fattori) lo stesso svolgimento del primo film. Come i peggiori slasher movie trasforma gli incubi in serial killer, umanizza il disumano e riporta tutto a schemi narrativi consueti, come quelli di Nightmare, Halloween e via dicendo.

Più in generale, la sceneggiatura sembra essere uno dei problemi di questo sequel, incerto anche nella costruzione dei personaggi e delle vicende che li legano, così come nella scrittura dei dialoghi: poco credibili, in particolare, alcuni di quelli che vedono protagonisti Heather e il giovane Vincent, complice anche un doppiaggio che poteva certo essere maggiormente curato. Con una scrittura che non aiuta molto l’empatia (nonostante la discreta prova della protagonista Adelaide Clemens) il coinvolgimento dello spettatore punta tutte le carte sugli spaventi che il regista sparge a profusione nel film; ad essi si somma un’iconografia che replica in modo molto fedele quella dei videogiochi, alcune scelte scenografiche e di fotografia che, pur essendo figlie dirette dell’antecedente videoludico, risultano di sicuro impatto, e una rappresentazione delle creature che è ancora una volta fonte di inquietudine e ripugnanza. Un altro dei problemi di Silent Hill: Revelation 3D, tuttavia, è che Bassett non sembra avere lo sguardo, la finezza registica che contraddistingueva Gans, la sua capacità di costruire atmosfere che suggeriscano l’orrore prima ancora di mostrarlo: a differenza del suo predecessore filmico, questa pellicola ha un mood molto più da pop-corn horror, puntando molto sull’azione e sull’inanellamento (alla lunga un po’ stancante) delle sequenze shock, risultando a tratti indistinguibile, ambientazione a parte, da un capitolo qualsiasi della saga di Resident Evil.

Scrive e dirige Michael J. Bassett, autore di Solomon Kane che ha preso le redini della serie dopo Christophe Gans. Era meglio affidare la sceneggiatura a qualcun altro e forse anche la regia, perché i personaggi sono fiacchi e poco interessanti e la messa in scena pare rubata a un video di Marilyn Manson fuori tempo massimo. Soprattutto, non riesce mai a sfiorare quella sensibilità tutta nipponica nel trattare le immagini in modo che parlino da sè, al di là della logica o del funzionamento della trama, per creare un ambiente che comunichi più delle singole scene. L’atmosfera non è spaventosa, l’oscurità non è inquietante e questo tanto più quanto si ripete in continuazione la parola “tenebre”. Il villain sono delle non ben determinate “tenebre”, concetto vago che non funziona come un ombrello capace di comprendere una complessità di elementi ma più come un’etichetta semplicistica.

Da vedere solo ed unicamente se non avete nulla di meglio da vedere ed anche così si rivelerà un’esperienza da dimenticare.