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Ormai l’ultima frontiera dei film di guerra è rappresentata dalla cosiddetta lotta al terrorismo. Non perché i conflitti veri non esistono più, ma perché i paesi occidentali che fanno i film ormai sono impegnati in questo tipo di operazioni belliche. L’occidente dunque racconta se stesso. Come in Act of Valor, anche in questo caso c’è stata una sinergia fra autori e reparti speciali in fase di realizzazione e, soprattutto, in fase di scrittura. Viene da pensare che chi lavora sul campo abbia fornito soprattutto un supporto tecnico, rivelando dettagli che altrimenti sarebbero rimasti totalmente alla fantasia degli autori. Rimane comunque il sospetto che un certo controllo ci sia stato sull’intreccio e sulla costruzione dei personaggi. È  del resto naturale che non si voglia scontentare chi si rende disponibile con il proprio supporto.

La ciliegina sulla torta, però, è il desiderio frenetico di voler inserire l’elemento romantico tra proiettili schivati con un leggero movimento della testa e copiosi spargimenti di sangue. Così il guerreggiare in fuga si concede una parentesi alla Nicholas Sparks – certo, più arrabbiato e cruento – e diventa una sorta di lungo viaggio verso casa. Vedere impegnati la bravissima Diane Kruger nei panni della giornalista francese Elsa, e il vitaminico Djimon Hounsou, uno dei membri delle Forze speciali, accanto a Benoit Magimel ispira un pensiero buffo. La pellicola di Stéphane Rybojad ha quegli elementi propri di una certa produzione hollywoodiana che il cinema francese ha sempre criticato… Eppoi, come non citare la presenza del ‘nostro’ Raz Degan nientepopodimeno che nelle vesti del carismatico capo del commando talebano. Pensiamo possa bastare.

La pellicola purtroppo non raggiunge pienamente lo scopo prefissato, a causa di una sceneggiatura e di una regia poco empatiche e di bassa qualità. Le scene di combattimento in alcuni casi sono entusiasmanti, ma in altri del tutto inverosimili, mostrandoci talebani che non hanno nessuna preparazione bellica e vanno incontro al nemico senza una strategia; oppure soldati d’elite che combattono solamente con fucili quando potrebbero avere la meglio più rapidamente se impiegassero esplosivi, e preferiscono abbandonare una zona coperta e favorevole per sparare in piedi come invasati. Eppure la troupe è stata coadiuvata dall’esercito francese, da un ex istruttore delle forze speciali, Alain Alivon (che impersona Marius), e dai servizi segreti afghani, che si sono prestati a fare le comparse. Possibile che le truppe d’elite si comportino in questo modo? Idem per i talebani e il loro capo Zaief (un ridicolo Raz Degan), che appaiono come imbecilli guidati da un pazzo drogato.

Inoltre il film ha anche dei difetti tecnici: la fotografia è spesso fuori fuoco, errore inammissibile nel cinema mainstream, e poi risente eccessivamente dell’esperienza documentaristica del regista: difatti alcune sequenze sono montate in maniera esageratamente frenetica, perdendo così il necessario pathos, mentre altre vengono diluite fino allo sfinimento, intorbidendo l’azione. Rybojad aveva degli ottimi ingredienti per creare un action-movie senza fronzoli, ma finisce per svilire tutte le potenzialità che si era preparato sapientemente. Spreca un ottimo cast (Diane Kruger, Djimon Hounsou e Denis Menochet) a cui affida dei personaggi macchiettistici, poco strutturati e con dei dialoghi a volte artificiosi, e trasforma minuto dopo minuto un film da serie A in un prodotto di seconda classe, che troppo spesso assomiglia ad un documentario per la pedanteria con cui segue ogni momento delle giornate dei protagonisti. Alla fine rimangono dei paesaggi meravigliosi, con grandi capacità liriche, e una parte iniziale molto accattivante… una magra consolazione visti i presupposti! Rybojad, forse la tua strada è chiamata “documentario”.