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The Amazing Spider-Man è la storia di Peter Parker, un liceale emarginato che è stato abbandonato da piccolo dai genitori e affidato allo zio Ben e alla zia May. Come la maggior parte degli adolescenti, Peter cerca di capire chi è e come è diventato la persona che è adesso. Peter cerca la sua strada insieme alla ragazza per cui si è preso una cotta, Gwen Stacy, e insieme i due affronteranno l’amore, l’impegno e tanti segreti. Quando Peter scopre una misteriosa valigetta che apparteneva a suo padre, inizia una ricerca per capire il perché della scomparsa dei genitori – e questo lo porta direttamente a Oscorp e al laboratorio del Dr. Curt Connors, il vecchio socio del padre. Quando, come Spider-Man, entrerà in rotta di collisione con l’alter ego di Connors, Lizard, Peter sceglie di usare i suoi poteri e diventare un eroe, anche se questo cambierà radicalmente la sua vita.

Il regista di “(500) giorni insieme” ha ricevuto da Sony un incarico non facile e di certo non invidiabile, quello di rilanciare la saga di Spider-Man al cinema dopo una trilogia di successo chiusa solo cinque anni fa. “The Amazing Spider-Man”, osteggiato da tutto e tutti, riesce tuttavia nel compito egregiamente. E ciò in gran parte per merito di Webb, inaspettatamente abile nel gestire le scene d’azione, e della sceneggiatura di James Vanderbilt (e Alvin Sargent e Steve Kloves).

Primo punto a favore di “Amazing”: Peter Parker non è una lagna, ma un outsider dotato di sarcasmo così come nelle storie originali. I puristi potrebbero storcere il naso vedendo quella tavola da skate da cui Peter non si separa mai, ma la rielaborazione dei personaggi e il loro aggiornamento alle mode correnti è una delle caratteristiche dei fumetti americani. Perciò non occorre farne una tragedia o men che meno tirare in ballo “Twilight”.

Poi c’è la dimensione sentimentale che in “The amazing Spider-Man”, naturalmente, diviene così tanto importante da essere al centro delle vicende di Parker, se possibile, ancora di più che nell’Uomo Ragno interpretato da Tobey Maguire; ciò nonostante, Webb dà prova di un’incredibile sensibilità nel regalare al proprio film un tocco di fedele classicità, che in un paio di scene richiama rispettosamente quella perfetta macchina funzionante costruita da Raimi nel suo primo capitolo – capitolo che ad oggi, per certi versi, risulta ancora migliore di questo reboot in fase di sperimentazione. Ad aggiungere altre novità al contesto arrivano comunque delle notevoli scene d’azione, un po’ per merito della recente tecnologia in 3D, un po’ ringraziando le meravigliose inquadrature di una New York sottostante ad opera di John Schwartzman (candidato all’Oscar per “Seabiscuit – Un mito senza tempo”).

Andrew Garfield, leader dei nuovi volti di Hollywood assieme alla Stone, è una scelta pienamente azzeccata, un attore in grado di controllare l’ironia di un personaggio al contempo epico e drammatico, dotato di un fisico asciutto quanto nervoso e carismatico, nonché di un viso praticamente eccezionale nella sua naturale espressività. Ed è davvero incredibile come possa destreggiarsi tra il giovane sofferente di “Non lasciarmi” e un Peter Parker adolescente che ama andare sullo skate, specie se pensiamo che non ha ancora compiuto 29 anni. Il restante cast, com’era prevedibile che accadesse, s’improvvisa caratterista per lasciare spazio ai due protagonisti: Rhys Ifans, Denis Leary, Martin Sheen e Sally Field su tutti costituiscono una giostra di personaggi secondari capaci di dare ognuno il suo contributo al film, che nell’insieme appare affrettato in uno o due punti di svolta (la trasformazione di Peter in vigilante, per esempio, o quella del dottor Connors in criminale), ma gode di assoluta tempestività nell’inaugurare una nuova epoca di attori, così come un nuovo modo di fare del buon cinema.