CONDIVIDI

Tratto da un articolo, “Jinx in a Box”, pubblicato sul Los Angeles Times, e di fatto automaticamente ‘ispirato a (pseudo) fatti realmente accaduti‘, The Possession narra la storia della famiglia Brenek. Tutto ha inizio quando la dolce, allegra ed ambientalista Em viene attratta da una misteriosa scatola ad un mercatino delle pulci. Travolto dalle suppliche della figlia, papà Clyde acquista l’oggetto alla bimba, per poi tornarsene a casa. Peccato che quella scatola nasconda un segreto. Em è ossessionata dalla sua presenza, parla con lei, dorme con lei, e soprattutto ‘cambia’ atteggiamento nei confronti del mondo che la circonda. Diventa violenta, pericolosa. Sconvolto dagli strani fatti accaduti, il padre prova a capire cosa ci sia dietro quella scatola, scoprendo l’amara verità: è la prigione di un Dibbuk, spirito maligno narrato da antiche leggende ebraiche, per secoli intrappolato ed ora ‘liberato’ dalla piccola Em. Di fatto posseduta…

Allora se The Possession è stato ricreato quasi ad immagine e somiglianza di L’Esorcista come mai sembra l’ennesimo flop del genere horror demoniaco? Beh le risposte a mio modesto parere sono molteplici e da ricercare nel montaggio del film a tratti snervante, nel tono in più occasioni troppo ironico e soprattutto nella scelta di lavorare con la computer grafica più che col caro vecchio (ed infallibile) make up, vi sembrerà poco, ma la sconfitta di The Possessiom risiede proprio qui.

Il cast scelto non disturba affatto, la piccola protagonista interpretata da Natasha Calis riesce a dare quell’aria agghiacciante che serve in certi film del genere, nonostante si trattasse del primo vero ruolo al cinema, prima d’ora aveva recitato in tv,  si è comportata egregiamente regalando una buona interpretazione.

Kyra Sedgwick e Jeffrey Dean Morgan (i due genitori) sono sembrati inizialmente fuori luogo in un ruolo horror, ma col passare del tempo la percezione della loro recitazione in un contesto nuovo per entrambi è risultato piacevole, da mettere da parte chiaramente certi discorsi troppo scontati e banali realizzati dagli sceneggiatori per loro.

Nonostante il cambiamento di prospettiva culturale e religiosa, in realtà The Possession non riesce ad attuare in parallelo un rinnovamento anche per quel che concerne lo svolgimento dell’intreccio, che pare piuttosto seguire in maniera pedissequa tutti i passaggi del precursore di Friedkin (guarda caso anch’esso incentrato su una famiglia separata), con non poche riproposizioni di sequenze ormai divenute dei veri e propri cliché, incuso un abusato finale. Il regista danese Bornedal, noto soprattutto per Il guardiano di notte e per il suo remake americano Nightwatch, si dimostra incerto sulla strada da perseguire, incapace di approfondire diversi aspetti della trama che sarebbero potuti risultare interessanti, tra cui il ricorso alla possessione come metafora della spersonalizzazione causata dallo sgretolamento del nucleo familiare, oppure l’approfondimento antropologico dedicato alla comunità ebraica, che alla fine rimane solamente sullo sfondo. In questo modo si punta sulla componente puramente di genere, ma anche in questo caso il risultato è piuttosto deludente: alcune sequenze che in mano a un regista come Raimi sarebbero risultate volutamente grottesche, qui finiscono per suscitare solo il ridicolo involontario. Non che Bornedal non si dimostri capace di qualche guizzo registico, in particolare nella prima parte del film, e gli va anche dato atto di aver saputo costruire alcune situazioni angosciose e stranianti sfruttando oggetti inconsueti come per l’appunto la scatola, oppure una frotta di falene. Alcune immagini davvero inquietanti e l’impressionante performance della piccola indemoniata Natasha Calis non bastano però a salvare The Possession dal limbo di film che ricalcano senza particolare inventiva l’orma dell’inarrivabile precursore di Friedkin.

E bisogna dire che, pur offrendo una tipologia di spettacolo incapace di regalare qualcosa che risulti veramente innovativo sia agli occhi del seguace irriducibile del cinema demoniaco che a quelli del profano, The Possession vanta situazioni horror che non risultano affatto disprezzabili nella confezione, ricordando in parte analoghe produzioni risalenti agli anni Settanta.

Tanto da riuscire nella non facile impresa di trasmettere inquietudine e di far balzare lo spettatore dalla poltrona, complice il vecchio ma sempre efficace stratagemma dell’alternamento dei piani sonori.

Insomma, almeno una visione può valerla tranquillamente.