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A 7 anni di distanza dopo lo splendido ed incompreso V per vendetta e suo esordio come regista, e 3 anni dopo il tutt’altro che esaltante Ninja Assassin, James McTeigue era chiamato ad un doveroso riscatto con The Raven, gothic-thriller in costume che prova ad immaginare gli ultimi 5 giorni di vita di Edgar Allan Poe. Il 7 ottobre del 1849, infatti, Poe si spense prematuramente, lasciando al mondo una serie di scritti diventati poi leggendari. Peccato che nessuno sappia cosa condusse Poe alla morte. I primi di ottobre del 1849 il poeta venne trovato in circostanze misteriose per le strade di Baltimora. Vagava sudicio e angosciato, indossando i vestiti di uno sconosciuto e ripetendo in continuazione il nome ‘Reynolds‘. Ricoverato in ospedale, Poe morì pochi giorni dopo, alimentando così il suo mito.

Prendendo spunto da quel poco che sappiamo sull’ultima settimana di vita del poeta, Hannah Shakespeare e Ben Livingston hanno costruito uno script particolarmente intrigante, perché capace di mischiare realtà e finzione con dovizia di particolari, fortunatamente ben architettati da James McTeigue, a cui va dato il merito di aver ‘omaggiato’ a dovere gli scritti di Poe, portando in sala omicidi efferati e particolarmente truculenti.

Il concept del film è accattivante, un modo originale per ripercorrere le opere di Poe e rendere omaggio allo scrittore ma lo sviluppo denota qualche incertezza. John Cusack ce la mette veramente tutta per tratteggiare un Poe afflitto, in crisi creativa, alcolizzato, anticonformista, la cui unica consolazione è l’amata Emily. L’interpretazione carismatica dell’attore, però, non riesce a sopperire del tutto alle carenze di una sceneggiatura che non affronta in maniera approfondita i demoni interiori del personaggio e lo descrive in modo abbastanza superficiale limitandosi ad accennare alcuni dei tratti più interessanti della sua personalità. Vengono esaltate solo le caratteristiche che possono accattivare il pubblico, il Poe romantico, arguto ed ironico piuttosto che quello malinconico e angosciato. Forse il timore reverenziale nei riguardi dell’eminente scrittore ha legato le mani agli sceneggiatori Ben Livingston e Hannah Shakespeare oppure temevano di appesantire troppo la storia con l’analisi introspettiva.

A sostenere la performance di Cusack troviamo un cast di ottimo livello. Il gallese Luke Evans, nel ruolo del detective Fields, si conferma uno degli attori più interessanti in circolazione, già visto in Scontro tra Titani, Tamara Drewe, Immortals e I Tre Moschettieri e lo ritroveremo ne L’Hobbit. Deliziosa Alice Eve che presta il bel sorriso e gli occhi azzurri ad Emily. Nonostante la giovane età, l’attrice dimostra notevoli doti interpretative nei duetti con Cusack. Purtroppo, viene rapita dall’assassino dopo mezz’ora di film e chiusa in una bara nella quale rimarrà fino alla fine (e non vi sveliamo quale sarà la sua sorte). Aspettiamo con ansia di rivederla presto in Men in Black 3 e Star Trek 2.

L’idea è che qualcuno uccida seguendo i rituali dei libri di Poe, per stimolare una sua reazione e portarlo a scrivere di nuovo, lo spunto invece è quello di aggrapparsi al fatto che lo scrittore sia realmente morto in circostanze poco chiare.

Ovviamente tutta la questione del film è far vivere ad Edgar Allan Poe una storia da Edgar Allan Poe, in cui l’orrore sia declinato in chiave gotica (cimiteri, fogne, fumo, interiora…) e lentamente la follia si impadronisca dell’eroe che in questo modo non diventa mai tale.

L’ambientazione è a metà tra il plausibile e il fantastico, tra l’iperbolico e il realistico in cui la stilizzazione non è mai spinta al massimo ma tenuta a bada. Mantelloni che spariscono nella nebbia, studi in penombra ed esplorazioni con candele in mano, eppure mai che davvero si intuisca una visione originale dietro tutto questo.

Si tratta quindi di un giallo sui generis, senza infamia e senza lode. Una classica storia sulla caccia al copycat, diretta con mestiere e sostenuta da un buon cast. Ma togliendo Poe dall’equazione e sostituendolo con un altro scrittore, in crisi creativa e con l’abitudine di alzare troppo il gomito come ce ne sono tanti, il film non risulterebbe poi così diverso. In conclusione, si poteva e bisognava osare di più.