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The Rum Diary racconta la storia del giornalista free lance Paul Kemp. Stanco della confusione e della follia di New York e delle pesanti convenzioni sociali dell’America negli ultimi anni 50, Kemp si trasferisce a Puerto Rico per scrivere su un quotidiano locale, The San Juan Star. Paul si adegua volentieri ai ritmi rilassati dell’isola e all’abitudine di bere continuamente rum. Incontra Chenault, una bellissima americana del Connecticut della quale si invaghisce, fidanzata con Sanderson, ricco uomo d’affari implicato in loschi investimenti immobiliari. Sanderson è deciso a trasformare l’incontaminata Puerto Rico in un paradiso capitalistico a disposizione dei ricchi ed assume Kemp allo scopo di fargli scrivere in favore del suo progetto. A quel punto Kemp ha di fronte a sé una scelta: deve decidere se usare le sue parole per sostenere il corrotto uomo d’affari o per attaccarlo.

Imbevuto in una soffice e calda tinta ambrata che (e)spande luci e atmosfere lascivamente arroventate nella loro percettibile esplorazione e discesa nel putridume di animi corrosi dall’interno, The Rum Diary, come un bicchiere di buon rum, ha i suoi tempi e rit(m)i, va assaporato e sentito con partecipazione, (ac)cogliendone riflessi e sfumature, bisogni e impulsi, tracce oblique ed essenze torbide, abbandonandosi, docilmente e violentemente, alla Visione. Esperienza sensoriale che non c(r)ede al Sogno (perché “è solo una pozzanghera di sangue marcio”) e anela la (im)pura, inebriante Voluttà, in luogo della sporca, sudicia, irriferibile Verità. Guai ad abusarne, perverso non goderne.

In un mondo in cui gli uomini “conoscono il prezzo di tutto, ma il valore di niente” (vedasi la tartaruga ricoperta di gioielli), il giornalista, mancato romanziere, Paul Kemp (Johnny Depp) s’imbatte nel Male, incarnato da affaristi senza scrupoli, come il viscido Mr. Sanderson (Aaron Eckart) — cementificatori di coste e di libertà (a colpi di spiagge da cui cacciare i “balordi” violatori di presunte privacy) -, che intendono piegare i fatti alle loro sordide, crudeli volontà. E per fare ciò hanno bisogno della carta stampata, che sia sottomessa, controllata, “indirizzata”.

Il quieto Kemp sarà pure annoiato, (s)fatto, perditempo, candidamente vizioso, ma la sua relazione con fluidi e liquidi d’ogni tipo e derivazione produce scatti di sincero cinismo, di libera affrancazione da una realtà che non si può raccontare (come gli intima il subdolo e “parrucchinato” direttore Lotterman — Richard Jenklins -), abitata da grassoni che si recludono in hotel a giocare a bowling, da servili ometti, da poveracci che hanno perso lavoro e progressivamente diritti e perciò identità.

Ecco quindi che dal vagamente eccessivo consumo di alcool, dal sangue che gli inietta di beota beatitudine occhi e sguardo, dal bramato scambio di sostanze organiche con la fatale Chenault (Amber Heard), dall’incauta assunzione di allucinogeni tramite collirio, dall’imprevisto scorrere di piogge che sospendono l’estatica immagine di una Puerto Rico da sogno, dal rifugio — impellente, urgente, osteggiato — nelle facoltà rivelatrici e purificatrici del Sacro Inchiostro, da tutto questo — nel giornalista profano bevitore — s’effondono fumi d’insofferenza, di repulsione e luccichii di speranzosa lotta, pur nel loro placido, sonnolento, deviato incedere.

Chi si aspetta di veder risorgere il Bruce Robinson di Shakespeare a colazione resterà ancora in attesa di qualcosa che forse è semplicemente passato e non tornerà: quella leggerezza, quella follia e quell’urgenza tanto vitale quanto artistica, non appartengono certo a questo racconto che si dipana su un binario ultra classico, al limite del calligrafico, e manca persino di misura, trascinandosi oltre i tempi dovuti, ma al regista va reso ancora una volta il merito dell’ottima direzione degli attori e forse non solo. Robinson scrittore ha assorbito lo stile di Thompson e, nonostante abbia conservato solo tre battute del romanzo originale, lo ha restituito con efficacia, omaggiando il suo straordinario talento per i dialoghi. Peccato che, strada facendo, l’arte della retorica si riduca a pomposo artificio e il film si chiuda nella più pura convenzionalità.