CONDIVIDI

Siamo nel 1940, all’interno di un gulag sovietico. Janusz, soldato polacco, è stato appena rinchiuso nella struttura e condannato a 25 anni di lavori forzati, dopo essere stato denunciato da sua moglie, forse vittima di torture, con l’accusa di spionaggio. L’uomo non si capacita di come la donna che ama abbia potuto determinare la sua condanna, ma la realtà che trova nel campo di prigionia è ancora più sconvolgente: torture, condizioni di vita bestiali, violenze e soprusi tra gli stessi detenuti sono la norma. Mentre un inverno rigidissimo gela la natura tutto intorno al campo, Janusz fa la conoscenza di un eterogeneo gruppo di persone: tra questi, l’ex attore dissidente Khabarov, l’ingegnere americano Smith, emigrato con la sua famiglia in fuga dalla Depressione, il cinico criminale Valka, il cuoco artista Tomasz, il compatriota Kazic, il prete lettone Voss e lo jugoslavo Zoran. Spinto da Khabarov, che tuttavia alla fine non avrà il coraggio di mettere in atto il piano, Janusz inizia a progettare una fuga apparentemente folle: un progetto che prevede l’attraversamento del vicino lago Baikal e una estenuante marcia verso sud fino al confine con la Mongolia, per migliaia di chilometri. Durante una tormenta di neve, Janusz vede l’occasione per mettere in atto il suo proposito: protetti dalla bufera, i sette prigionieri riescono ad eludere le guardie armate e a fuoriuscire dalla struttura, ma per loro questo sarà solo l’inizio di un’incredibile odissea, di cui prevedibilmente non tutti vedranno la fine.

Il film, tratto da una storia vera raccontata nel libro “Tra noi e la libertà”, segna il ritorno alla regia di Peter Weir dopo “Master and Commander”, ma nell’opera si rivedono più i tratti dell’altra sua miglior opera “The Truman Show”, visto che scava l’intimo umano in tutte le sue sfaccettature e per di più in situazioni estreme. Durante il lungo cammino, le personalità, ognuno con la sua storia dietro, si scontrano e si incontrano più volte, ma è la figura femminile che paradossalmente unisce tutto e tutti in questa esperienza che segna per la vita.

Grandioso Ed Harris e finalmente anche un Colin Farrell perfettamente a suo agio nella parte del guerriero mai domo. Splendidi e vari gli scenari che la natura offre, filtrati da un’ottima fotografia.

Regia senza sbavature quella di Weir, inutile sottolinearlo. In virtù della sua aspirazione realistica, per altro già vista in altre sue opere che raggiunge il suo apice nel film The Truman Show. Il taglio rasenta a tratti quello documentaristico, se non fosse per certi movimenti di macchina e restringimenti di campo, comunque assolutamente ben integrati. Un montaggio ruvido, secco, invece, quello di Lee Smith, alla sua ennesima collaborazione col regista australiano. I due dimostrano un’intesa encomiabile, specie alla luce di certi stacchi a dir poco “traumatici”, che ci scuotono e ci fanno riprendere da certe scene magari più da Letteratura che da Cinema, ma comunque interessanti nell’economia del racconto.

Non riuscire a cogliere tale ambizione, ossia quella di mostrarci quanto più autenticamente possibile ogni singolo essere umano calato in quella surreale vicenda, potrebbe essere devastante. Sì perché non l’azione, non la suspence o altre componenti che avrebbero potuto dar vita ad un bel thriller vanno annoverate quali pietanze principali di The Way Back. E’ un viaggio quello attraverso cui ci conduce Weir, e che quindi va assaporato e vissuto lungo il cammino più che in funzione della meta, su cui praticamente mai si hanno dubbi durante la proiezione – peraltro non espressamente “leggera”, visto i suoi 128 minuti.

Così, poco importa se The Way Back, nella sua prima parte, fatichi un po’ a coinvolgere lo spettatore con un ritmo inizialmente quasi timido, e poco importa se la sceneggiatura paghi qualcosa, specie in termini di definizione dei personaggi, alla struttura corale del racconto. La visione cinematografica di Weir e il suo sguardo su questi protagonisti “minori” della storia catturano, emozionano e infine commuovono. Da vedere rigorosamente in sala e in pellicola, se possibile.