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“The Wedding Party” è ambientato la sera della vigilia delle nozze tra Becky (Rebel Wilson), ragazza cicciottella, che al liceo veniva chiamata “Faccia di Maiale”, e il ricco e affascinante Dale. Per l’occasione le amiche dei tempi del liceo Regan (Kirsten Dunst), Gena (Lizzy Caplan) e Katie (Isla Fisher) si riuniscono con l’intenzione di trascorrere l’intera notte a festeggiare. Affogano nell’alcol le loro insoddisfazioni e il fatto che sia proprio la bruttina Becky la prima tra loro a sposarsi. Perdono, però, il controllo della serata e ne combinano di tutti i colori, rischiando di compromettere il matrimonio dell’amica.

Alle ragazze del nuovo millennio viene richiesto di essere lavoratrici in carriera, ma anche di sposarsi con un brav’uomo e mettere su famiglia: loro fanno il possibile per dividersi tra questi due ruoli, cercando al contempo di apparire sempre bellissime, ma fatto sta che arrivano ad un punto in cui esplodono e buttano fuori lo stress accumulato. La regista e sceneggiatrice Leslye Headland sceglie la vigilia di un matrimonio per far esplodere le tre protagoniste ed è proprio questo che fa del film una commedia.

Difficile cercare un punto di vista originale dal quale analizzare The Wedding Party, che palesemente richiama moltissimi film di genere più o meno recenti e li rielabora in se stesso. Dissacranti, divertenti, stressate e un po’ nevrotiche come vuole la moderna iconografia del genere femminile, queste amiche della sposa sembrano più degli scapoli incalliti e combina guai che delle presunte damigelle. Di qui l’idea di intitolare la pellicola The wedding party, richiamando alla mente un certo tipo di atteggiamento tipicamente maschile, ma sminuendolo con il vezzeggiativo “ette”: gioco di parole che difficilmente sarebbe stato percepito allo stesso modo in italiano. Regan, Gena e Katie sono dei personaggi molto diversi tra loro, con delle spiccate caratteristiche che rendono semplice l’identificazione caratteriale: eppure tutte sembrano soffrire della stessa mancanza. L’eccessiva emancipazione e lotta per la propria indipendenza, che tanto le ha rese intraprendenti e invidiate da tutte durante l’adolescenza, le ha trasformate in donne profondamente insicure che costruiscono immaginarie barriere caratteriali dietro le quali nascondersi. Che lo si chiami totale controllo della situazione, incapacità di relazionarsi in modo serio o manca di fiducia, il punto cruciale non cambia e le tre eroine della situazione ricorrono a tutta la propria immagine, costruita in anni e anni, per nascondere le crepe sotto la superficie. Tutto questo per dire che è palese che dietro la sceneggiatura, volutamente invadente ed esagerata, di Leslye Headland si nasconde un ragionamento più critico sulle dinamiche sociali del sesso femminile, costantemente in bilico tra ironia, cinismo, cattiveria e solidarietà. Nel frangente di una sola serata, le protagoniste si amano e si odiano, si rispettano e maltrattano, si svendono e combattono per i propri valori morali, per poi ritrovarsi, alla fine dell’annunciata tragedia, più vicine e più simili a se stesse di prima. Cambiate… ma come se nulla fosse mai successo.

Il film procede incerto tra un registro comico di dubbio gusto (cenni ai presunti disturbi dell’alimentazione della sposa che gettano nell’imbarazzo la platea del matrimonio ma che invece di avere un effetto comico, provocano esattamente lo stesso gelo nello spettatore) e una ricerca di sviluppo drammatico sistematicamente castrata da qualche gag, senza che si capisca quale dei due elementi sia quello che disturba.

Leslye Headland scrive e dirige un film al femminile che sembra il parto di una mente maschile a un ritrovo di amici in birreria, considerato il modo quasi offensivo con cui è scelto il campione umano che dovrebbe permettere la rappresentazione della (citando la regista) “mente della donna moderna americana”. La Headland è regista teatrale e si vede, visto che al film manca una mano sufficientemente esperta per una commedia, per non dire di una commedia mista ad elementi di analisi psicologica o sociale. “Bachelorette” è l’adattamento di una commedia teatrale – ma nell’adattamento cinematografico è stato privilegiato l’aspetto comico rispetto a quello drammatico, con il risultato di una pessima interpolazione tra le due anime della sceneggiatura.

Sulle interpretazioni poco da dire: il lavoro sul casting femminile (discreto, anche se personaggi scritti così male difficilmente possono essere salvati da attrici del calibro di Kirsten Dunst e Isla Fisher e la sensazione è che le attrici potrebbero tranquillamente scambiarsi i ruoli) è rovinato dalla pessima scelta delle controparti maschili, dove tutti sembrano fuori parte e nessuno riesce a bilanciare la presenza scenica delle protagoniste.

Concludendo possiamo dire che The Wedding Party è una pellicola divertente, ironica e di intrattenimento che, pur cercando di mostrare una base psicologica e critica sulla questione dell’amicizia tra donne, pecca di superficiale qualunquismo che rende l’intero progetto piacevole ma non necessario. Ricalcando atmosfere, argomenti e situazioni da sempre cari agli sceneggiatori di Hollywood si presenta come un esperimento di passaggio, probabilmente più adatto e funzionale al mondo teatrale nel quale è nato. Si consiglia la visione del film solo se non avete nulla di meglio da vedere.