CONDIVIDI

La tranquilla vita di Giovanni, ingegnere elettronico che ha finalmente trovato lavoro grazie alla sua nuova fidanzata, viene spezzata una mattina dall’arrivo a sorpresa di Jonny, una vera mina vagante che vive solo per passare le notti in discoteca e che, per volere del padre Michele, maresciallo della Guardia di Finanza, deve sostenere a Milano l’esame orale per entrare nel Corpo. A Milano Jonny scopre il Gilez, mitico locale dove in men che non si dica diventa una star della notte e stringe amicizia con tre drag queen.

Di tutto un po’, ma senza guizzi. La nuova pellicola prodotta dalla Colorado Film (e insolitamente distribuita da Warner) non porta con sé un grammo di originalità, restando confinata in un limbo di mediocrità che la rende, purtroppo, adatta solo a chi cerca una serata disimpegnata.

Vernia è un bravo caratterista, ma non riesce a reggere un film da attore in doppia veste: nonostante l’impegno (oltre che da interprete, anche da co-sceneggiatore e co-regista) ha ancora tanta strada davanti a sé da percorrere, prima di poter aspirare a un vero successo.

Tutto infatti sa di già visto: al di là delle gag reiterate dalla tv e dal più classico degli intrecci basati sullo scambio di persona, palesi sono i rip-off dalle varie pellicole dei colleghi che hanno preceduto Vernia, in particolare Nati Stanchi di Ficarra e Picone e i due successi ‘Zaloniani’ Cado dalle nuvole e Che bella giornata, riproponendo non solo cliché ma anche vere e proprie situazioni perlopiù in carta carbone. Nonostante alcune trovate simpatiche o interessanti (anche se a volte un po’ stucchevoli) e le comparsate di personaggi come Albertino o Diego Abatantuono, la storia non decolla, cadendo impietosamente nelle insidie di una sceneggiatura inverosimile, piena di buchi e parca di momenti davvero ilari.

Giovanni Vernia, che in Ti stimo fratello mantiene il suo nome reale, è allora colui che abita il film e agisce la storia, accordando al più celebre gemello le (in)terminabili figurazioni ritmiche sui tappeti armonici della house e del Gilez. Sfruttato fino all’esaurimento sulle tavole dell’Arcimboldi, Jonny parte quindi svantaggiato se confrontato a quelle formidabili macchine comiche che sono Aldo, Giovanni e Giacomo, Salvo Ficarra e Valentino Picone e ancora Alessandro Besentini e Francesco Villa. Capaci di stemperare il comico delle loro tradizionali gag in un impianto narrativo ambizioso ma compiuto, le ‘tre formazioni’ hanno realizzato commedie scanzonate e amare, esilaranti e problematiche, malinconiche e divertenti, che percepiscono le incongruenze nelle regole del mondo, in quello che è serio, sacro, nobile.

Giovanni Vernia e Paolo Uzzi investono più prudentemente nel ‘già visto’, allestendo una vicenda esile che produca il pretesto per i nonsense deliranti dell’alias televisivo, eletto a protagonista di un percorso di (de)formazione, che contrappone all’arido (e corrotto) mondo delle convenzioni sociali la demenziale sfrontatezza di un paladino del nulla. Come per Zalone prima di lui, l’epopea sgangherata e irrisoria di Jonny Groove non proviene da una poetica cinematografica, da filoni tradizionali della commedia all’italiana o da riviste da avanspettacolo ma dalla traduzione moderna del genere che è il cabaret televisivo. Si aggiunga poi che se ieri il cinema per un comico rappresentava il momento culminante e la certificazione di una carriera nello spettacolo, oggi è più banalmente l’anello di uno dei tanti territori su cui applicare la propria identità multimediale. Niente impedisce la compresenza su media e piattaforme differenti, sia inteso, ma alla lunga certi volti e certe situazioni finiscono per venire a noia. Eppure ci risiamo. Zelig presta al cinema un altro cabarettista e ipoteca il sogno di un altro successo, ‘mungendo’ l’ennesima identità televisiva, popolare e sedimentata.

Se Luca Medici fonda il suo umorismo sul gioco di parole proprio delle canzonette ‘demolite’ in tv, Vernia svolge e rende comprensibile la fisicità ottusa del ‘suo’, tenendo sottotraccia una sorta di mormorio anti-istituzionale (il padre ufficiale della Finanza corruttore, il quasi suocero evasore) e procedendo per addizioni di battute comiche piuttosto che per evoluzione del testo. In conclusione la messa in scena di Ti stimo fratello uguaglia il nulla visivo e intende l’inspiegabile necessità di mostrare Vernia su uno schermo più grande e dentro una sala più buia.