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Jack e Sally sono una coppia di studenti americani a Roma, in attesa dell’amica di lei, Monica, un’attrice in erba con la fama della seduttrice seriale. John è un famoso architetto, di ritorno nella città eterna dopo trent’anni, che rivede in Jack se stesso da ragazzo e tenta inutilmente di metterlo in guardia rispetto a Monica. Anche Hayley è giovane e americana: innamoratasi di Michelangelo, figlio di un impresario di pompe funebri, convoca i propri genitori in Italia per far conoscere le famiglie. Insieme al padre regista d’opera in pensione e alla madre strizzacevelli, arriva a Roma anche una coppietta di Pordenone che finirà separata per un giorno da un turbine di equivoci. Ultimo è Leopoldo Pisanello, che diverrà per qualche tempo il primo, per la girandola della ribalta, il capriccio di una fama che è pura illusione e come viene se ne va.

Il rapporto d’amore tra la città eterna e il cinema americano ha origini lontane. Da quando William Wyler ha avuto la geniale illuminazione d’immortalare Gregory Peck e Audrey Hepburn in sella ad una Vespa durante le loro Vacanze Romane, la città ha acquistato agli occhi dei registi d’oltreoceano un fascino romantico capace di trasformarla in un vero e proprio set a cielo aperto. Un’attività che ha dato la luce a commedie rosa come Tre soldi nella fontana di Jean Negulesco (Come sposare un milionario, Papà Gambalunga), ma che ha anche condannato Roma e i suoi abitanti a una serie di luoghi comuni ormai non più rintracciabili nella realtà quotidiana. Così, tra stornelli e conquistatori dal fascino latino, si è arrivati con fatica e un pizzico di timore fino all’esperimento di Woody Allen che, pur non rinunciando completamente alle forme tradizionali del passato, con To Rome with Love riesce a consegnare una visione personale non tanto del luogo, quanto dell’incanto esercitato su chi gli si avvicina. Un risultato ottenuto grazie a una sovrapposizione di stili e atmosfere diverse, che hanno fuso la tradizione del grande cinema italiano con l’ironia sempre acuta e irriverente di Allen. In questo modo il regista newyorkese affida l’anima locale a un vigile d’ispirazione “sordiana” e a un attore un po’ “vitellone”, mentre dall’altra parte dell’oceano rintraccia simbolicamente lo storico personaggio di Isaac Davis per portarlo lontano da Manhattan e metterlo a confronto con la placida indifferenza di una città estranea. All’età di settantasette anni, però, Woody non è più Harry a pezzi e, nonostante rimanga intatta la forza travolgente della sua comicità, sembra aver raggiunto un compromesso con la propria natura ansiolitica e l’attrazione per la psicoanalisi.

Autocitando la sua vita privata e professionale (da Provaci ancora, Sam al doppiaggio di un personaggio dei cartoni animati, da Io e Annie alla messa in scena di un’opera lirica), Allen si trasforma in macchietta, cerca l’omaggio ma trova soltanto una porta in faccia. La stessa che gli spettatori si sentono sbattere in faccia a metà film quando il climax straniante della prima parte lascia il posto a una noia imperante che fa presagire il finale e smorza ogni attesa. A poco servono gli espedienti narrativi: il personaggio di Alec Baldwin, sagace voice over in carne e ossa, è l’unica trovata azzeccata mentre deludono le nuove generazioni. Da Jesse Eisenberg ad Ellen Page, da Alessandra Mastronardi a Allison Pil, passando per Greta Gerwig e per il terribile Alessandro Tiberi (proiezione giovanile di mille personaggi già scritti da Allen e, in qualche modo, impersonificazione dello stesso Allen), i birignao si susseguono massacrando quei pochi sprazzi di luce sprigionati da Penelope Cruz e Judy Davis, decisamente le migliori in scena insieme a un Flavio Parenti e a un Fabio Armiliato spaesati ma credibili. Inutile esprimere un parere su Roberto Benigni, svogliato come non mai e incapace di strappare quel sorriso amaro che il suo episodio richiederebbe. Verrebbe di conseguenza da chiedersi come si siano svolti i casting: si soffre nel vedere Lina Sastri, Maria Rosaria Omaggio, Vinicio Marchioni, Donatella Finocchiaro e Giuliano Gemma avere meno secondi in scena di una rinomata birra italiana. E, forse, la presenza delle varie lattine spiega il motivo di tale scempio. Forza Woody, fare di meglio è al 99% possibile. Per far di peggio, dovresti solo rovinare anche la fotografia.