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Antonia la notte dorme. Guido invece lavora. Quando arriva nella minuscola casa poco fuori Roma non dimentica mai di portare la colazione a letto alla sua compagna, spiegando nel dettaglio vita, morte e miracoli del santo del giorno. E dopo quel piccolo rito, i due possono abbandonarsi all’amore. Poi, la ragazza monta sul motorino e sfreccia verso l’autonoleggio in cui è impiegata e lui può finalmente riposare in attesa di tornare all’albergo dove fa il portiere di notte. La routine attecchisce poco e male nel nido di questa giovane coppia spaiata: colto studioso di lingue antiche lui, verace cantautrice lei, entrambi alle prese con una professione che non li rappresenta affatto. Non ha alcun valore dal momento che sono innamoratissimi. Quello che conta veramente, anche se per motivi tutti da comprendere, è un figlio. A 33 anni lei si sente ‘scadere’, non vuole essere una primipara attempata e di concerto con Guido decide di provarle tutte per concepire un bambino. Una trafila lunga e dolorosa che parte dalla visita di un luminare, ‘il ginecologo del papa’, in verità affatto risolutivo, passa per l’approdo ad un improbabile centro di medicina naturale, dove gli spermatozoi si riattivano camminando a piedi nudi sulla neve (tutt’al più si guariscono le intolleranze alimentari) e finisce dalla brusca dottoressa che li introduce nel mondo della fecondazione assistita. Difficile reggere a tutto questo, quando la volontà di avere un bambino si scontra con la realtà, con i vicini di casa impiccioni e volgari, con i genitori che non capiscono proprio cosa abbiano fatto di male a quella figlia un po’ sopra le righe per essere trattati a pesci in faccia.

Non si tratta del classico discorso degli opposti che si attraggono, tipico presupposto di certe rom-com che mirano ad enfatizzare le differenze di ogni carattere, per calcare poi la mano sul lieto fine. I protagonisti sono sì agli antipodi (‘Quella incosciente sono io, tu devi essere quello coi piedi per terra, sennò è un casino’, dice Antonia a Guido), ma non è certo per questo che si amano e forse non è neanche importante saperlo (lo scopriremo comunque alla fine, perché certe curiosità vanno soddisfatte). Ciò che conta è come reagiscono al percorso a ostacoli che hanno scelto e quanto questo ‘giochi senza frontiere’ li metta alla prova come individui e come coppia. Non è quindi il bisogno di avere un figlio il cuore pulsante del film, ma lo ‘scandaloso’ rapporto che rende i protagonisti irrimediabilmente diversi (per noi migliori) del contesto che li circonda; un mondo brutale, dove si fa presto a perdere la dignità e il contatto con sé stessi, dove le distanze tra centro e periferia sono lunghissime, così ampie da delineare mondi quasi contrapposti, fotografati con grande bravura da Vladan Radovic. Ironico ma non corrosivo, il film si muove leggero quindi nel raccontare la storia di due eccezioni, due ragazzi che non hanno avuto paura a scegliersi.

Paolo Virzì adatta il romanzo di Simone Lenzi, La generazione, con i suoi stilemi del mestiere: il racconto di gioventù, l’originale ironia, i comprimari incisivi (stavolta tocca ai medici), l’uso del livornese con la celebre espressione “a modino” e soprattutto una grande voglia d’umanità attraverso la lente cinematografica della commedia agrodolce. C’è un rischio concreto dunque che Virzi tenda un poco all’autoripetizione di tempi e modi del suo cinema ma con una certa grazia, il regista livornese evita la copia dei suoi lavori precedenti come Tutta la vita davanti.

L’affetto di Virzì è tanto più sincero quanto più la narrazione si fa semplice e elementare, quanto più il toscano rinuncia a quasi ogni sovrastruttura e agli orpelli inutili, dimostrando così una maturità registica (umana?) forse per lui inedita, avvalorata anche dalla rinuncia quasi in toto alla parte più crassa, grottesca e caricaturale del suo cinema.

E se quello stile, a tratti, rimane, è perché è la realtà, che Virzì è sempre in grado di leggere con occhio curioso e intelligente, ad essere diventata grottesca e caricaturale. Una realtà che Virzì dimostra di comprendere, persino nelle sue esigenze di cambiamento, proprio grazie a quello che appare un ripiegamento nel privato e nelle cose (mai) semplici dell’amore e che è invece, oggi, fondamentale punto di (ri)partenza, generazione (appunto) di un futuro nuovo.

Il toscano Paolo Virzì torna al cinema con la storia, comune, di una coppia alle prese con la volontà di accedere a una definitiva maturità tramite il dono dell’esperienza genitoriale che sembra ancora lungi dall’arrivare. Trovarsi, perdersi per poi (forse) ritrovarsi con nuovi dolori ma anche nuove consapevolezze è il percorso di maturità che invece Virzì regala ai suoi due protagonisti Guido e Antonia (rispettivamente interpretati dagli ottimi Luca Marinelli e Thony), persone speciali nella loro capacità di reinventarsi e di non perdere mai la fiducia nel loro sentimento. Originale e attraversato da una molteplicità di emozioni e registri, il film di Virzì centra ancora una volta il cuore della storia, concentrandosi sul talento e sull’individualità dei suoi protagonisti per lasciarsi invece alle spalle quella informe landa desolata che accoglie i fallimenti della società. Il luogo della responsabilità individuale rimpiazza così il non luogo dell’aridità collettiva, annunciando la fondamentale possibilità di ‘altri’ modi di intendere la vita. Un messaggio di speranza racchiuso anche nelle note della bella canzone di chiusura “Tutti i santi giorni” dei Virginiana Miller.