CONDIVIDI

«Solo gli americani potevano trasformare il birdwatching in una gara». Che, ovviamente, si trasforma in un banco di prova esistenziale. Il cinema, oggi, è ossessionato dall’iperspecializzazione, dalla parcellizzazione alienante del sapere, dai nerd, dai superesperti e dal loro autistico micromondo. E così Un anno da leoni. Che non ha niente a che vedere con le notti a cui il titolo italiano allude per racimolare qualche euro: qui l’ipotesi è di una commedia adulta, agrodolce, anche se i risultati concreti, infine, sconfortano. Perché non bastano Owen Wilson, Jack Black e Steve Martin ad animare uno script automatico, che giunge esausto alla morale finale, che mai è capace di coinvolgere, che non fa ridere, ma nemmeno sorridere. Quella che doveva essere una paradossale, eccentrica commedia avventurosa sul birding, è solo un oggetto arrancante: indaffarato, sì, ma ad ammorbidire nella prevedibilità le sue sgangherate premesse.

L’accoglienza riservata dalla critica angloamericana a Un anno da leoni non è stata delle migliori. I motivi dipendono in parte da un equivoco legato alla scelta del cast. Nelle mani di un altro regista tre nomi esplosivi come quelli di Steve Martin, Jack Black e Owen Wilson, mattatori della commedia a stelle e strisce i primi due, raffinato interprete capace di plasmarsi nelle mani di autori come Woody Allen o Wes Anderson il terzo, sarebbero stati sfruttati per strappare risate in una pellicola infarcita di gag. David Frankel, autore del satirico Il diavolo veste Prada, prende una direzione diversa puntando a realizzare un’opera intimista e malinconica. I momenti divertenti non mancano, ma i sorrisi superano di gran lunga le risate sonore e spesso cedono il posto all’introspezione. Il grande anno diventa perciò un arguto espediente per indagare la natura umana scavando nelle esistenze di tre individui che, per una ragione o per l’altra, non si sentono realizzati. La struttura atipica del film rispecchia la natura ondivaga del viaggio interiore dei tre personaggi, ma anche di quello reale, che li costringe a passare da un battello a un aereo da turismo, da un’auto a un elicottero per non perdersi il passaggio degli uccelli migratori o per dare un furtivo sguardo all’imprendibile civetta delle nevi.

I dialoghi sono si gradevoli, ma, a parte qualche sporadica battuta, non conquistano e non fanno ridere di cuore, dal punto di vista dei paesaggi e delle riprese naturali l’opera non brilla, anzi nonostante il tema vengono mostrati davvero pochi volatili. L’opera quindi non si salva nemmeno a livello “documentaristico”, ma si sfilaccia in ogni suo livello di lettura, apparendo lenta e abbastanza noiosa nell’insieme, caratterizzata da un’assenza quasi totale di colpi di scena. Cosa per giunta sconcertante è che l’incipit in realtà spinge lo spettatore a pregustare grandi cose, non solo a livello di dialoghi, ma soprattutto visivo. Come spesso accade quindi la pellicola parte con un ritmo allegro e scoppiettante presentando i tre protagonisti e le regole della competizione, ma improvvisamente si smorza fino a perdere interesse e diventare una mera chiacchiera visiva. Dal punto di vista recitativo nulla da eccepire alle doti dei tre protagonisti che però sembrano soffrire, rinchiusi in un personaggio che non sentono come proprio, con dei limiti molto forti che affievoliscono la caratterizzazione a livello psicologico.