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Il sogno di ogni narratore di storie, dal romanziere al cantautore allo sceneggiatore, è la trasformazione dell’ordinario in straordinario, del particolare in universale. Ci sono due maniere farlo.

La prima consiste nell’introduzione o di un elemento surreale o di una svolta inaspettata capace di dare improvvisamente al racconto tutto un altro significato.

La seconda, invece, prevede la verità ad ogni costo: tanto nella psicologia dei personaggi quanto nella recitazione degli attori chiamati a interpretarli.

Nel caso di Una donna per la vita, che introduce il capocomico Maurizio Casagrande al mestiere del regista di cinema, la fantasia si avvera soltanto a metà, e solamente attraverso la prima modalità. Putroppo non possiamo spiegare come, perché nel film c’è un segreto, e che il cielo ci punisca se priviamo lo spettatore del piacere di scoprirlo per primo.

Proviamo allora a capire perché, nonostante i buffi duetti fra Casagrande e l’amico Neri Marcorè e il valido apporto di caratteristi d’eccezione, risulta difficile sospendere la propria incredulità di fronte alle disavventure di un povero concierge incidentato che trova la donna perfetta.

Ed è proprio sul tentativo di celare e camuffare la verità che ruota l’intero film di Casagrande. Un trucco che, probabilmente, l’attore di formazione teatrale ha appreso dagli autori classici, abituati a mascherare l’evidenza dei fatti sotto le forme del sogno per confondere e illudere lo spettatore fino alla fine dell’ultimo atto. Una tecnica, questa che, nonostante abbia ottenuto grandi successi sulle assi del palcoscenico, non riesce ad essere sempre altrettanto efficace sul grande schermo se non accompagnata da un linguaggio fluido e da una particolare attenzione per la sintesi. Due elementi che Maurizio Casagrande non è riuscito a controllare con padronanza, lasciandosi prendere la mano da una lunghezza eccessiva e da una struttura costantemente cadenzata da sketch comici che finiscono con l’appesantire l’intera narrazione. In questo modo, il film risente di un ritmo altalenante imposto da un cast fin troppo numeroso, il cui scopo si comprende parzialmente solo allo scorrere dei titoli di coda. Perché, se si possono considerare utili alla vicenda il dottore dall’animo rock interpretato da Neri Marcorè, la cameriera nemica dei microbi e il frate rappacificatore con il volto di Giobbe Covatta, rimangono privi di significato le “apparizioni” quasi invisibili dell’avvocato Pino Insegno, dell’agente immobiliare Salemme e del napoletano cafone con cui Biagio Izzo apre il film, impegnandosi nell’ennesima variante di una macchietta ormai troppo sfruttata.

Diverso, invece, è il lavoro svolto da Sabrina Impacciatore che, concentrandosi sull’eccesso fisico ed emotivo di Marina, regala ad un film fatto di continue comparse e scomparse un guizzo di folle ironia costruendo con particolare attenzione il profilo di una donna bambina in cui l’iniziale leggerezza si trasforma in testarda affermazione del proprio amore. Così, dietro un trucco eccessivo, una pettinatura eternamente scomposta ed un abbigliamento da eterna lolita, si nasconde il personaggio più onestamente comico di tutto il film. L’unico che, apparentemente inconsapevole dei propri limiti, non si lascia fermare dalla sua naturale attitudine ai disastri, ma, sempre sorridendo di se stessa, accetta la sfida quasi impossibile di tenere le fila del discorso e condurre il film verso una conclusione fortunatamente inaspettata.

Prima di calcare le tavole del palcoscenico, e di diventare spalla comica di Vincenzo Salemme, Maurizio Casagrande è stato un musicista. Della sua esperienza di batterista gli è rimasto sicuramente il ritmo, che in Una donna per la vita rende briosi, rapidi e compiuti i dialoghi, sfruttando i tempi comici di interpreti collaudati. Il suo scarso interesse per il ruolo di frontman gli ha insegnato invece a lasciare spazio ai suoi compagni di set,  non rovinando con gratuiti assoli l’armonia di una scena. E se come direttore d’orchestra il nostro dimostra una certa perizia, forse perché la sua esperienza di regista teatrale lo ha illuminato sulla direzione degli attori, il vero problema è nella partitura, vale a dire nell’organizzazione simultanea degli elementi che concorrono all’opera.  In questo caso la sceneggiatura.

A tratti, Una donna per la vita è una sinfonia a cui manca un crescendo e nella quale, fino ad un inatteso turning point, l’unico movimento è quello del piccolo sketch,  godibile come unità a sé stante, ma inefficace quando si affida al meccanismo della ripetizione. La colpa è anche dei troppi tributi.

Entusiasta di rendere omaggio ai mattatori di cui è debitore o estimatore, Casagrande ha sovraffollato di camei il suo film,  trasformando ogni scena in una scenetta, interrompendo il fluire della trama principale e limitando il naturale sviluppo del personaggio certamente più divertente e sfaccettato della storia, e cioè l’ex fidanzata ingombrante e fashion victim Marina che ha permesso a Sabrina Impacciatore di rivelare tutta la sua vis comica.

Dopo quasi quindici anni di carriera come attore per il cinema, Maurizio Casagrande esordisce alla regia con una commedia che, da lui anche sceneggiata, coinvolge diversi dei suoi colleghi di sempre, tutti più o meno presenti in brevi apparizioni.

Una commedia dal retrogusto romantico piuttosto semplice e lineare nella struttura, ma che risente un po’ troppo della grande esperienza teatrale del suo autore, il quale, concedendo attenzione soprattutto alla direzione del cast, sembra dimenticare di conferire all’insieme l’indispensabile, incalzante ritmo cinematografico.

Speriamo ne tenga conto per una eventuale opera seconda, perché questa prima non è che sia del tutto da buttare via.