CONDIVIDI

FDR Foster e il suo amico per la pelle Tuck sono due agenti della CIA che lavorano in coppia. Mentre Tuck è divorziato e ha un figlio, FDR (che sta per Franklin Delano Roosevelt) è un dongiovanni. Finiscono entrambi per essere attratti da Lauren, una single che non vorrebbe essere più tale e che non sa chi scegliere. A questo si aggiunga che i due, che si confidano tutto, si rivelano reciprocamente per chi sta battendo il loro cuore. Da quel momento si contrasteranno senza esclusione di colpi per conquistare senza rivali l’attenzione della giovane donna.

Cosa pensare di due super agenti segreti che, invece di avventurarsi in pericolose missioni, passano le loro giornate a sfidarsi nel corteggiamento della stessa donna e per far questo arrivano (un po’ troppo inverosimilmente) a utilizzare tutti i mezzi e gli uomini della CIA per spiare la loro bella? E che dire della bionda reginetta di tante commedie rosa intenta a guidare una decappottabile lanciata a tutta velocità su un circuito militare, volteggiare in aria su un trapezio e maneggiare un’arma da fuoco in un gioco di simulazione di combattimento? Ma noi continuiamo a preferirla quando balla da sola in casa, con addosso solo una felpa, al ritmo R & B di Montell Jordan.

Il cast è studiato ‘ad hoc’. Reese Witherspoon è lontana dai tempi dell’Oscar vinto nel 2006 per Walk the Line e vicina alle smorfie delle commedie che l’hanno resa famosa, Chris Pine fa bella mostra dei suoi bicipiti e del suo sguardo ceruleo, il più interessante attore inglese Tom Hardy è in vacanza da film più impegnativi che lo hanno imposto all’attenzione del pubblico come Inception.

Questo insomma l’unico spunto che ci rende in grado di identificare Una spia non basta (This Means War in originale) come uno spy-movie a tinte rosa e non soltanto come una commedia romantica dai toni brillanti condita con qualche espediente tecnologico.

Tuttavia, a fronte di quelli che sono i risultati, sarebbe forse stato meglio così, perché la sensazione predominante lungo tutti i 90 minuti è quella di trovarsi di fronte a un’opera incompiuta, spaesata e alquanto incerta su quali siano i suoi intenti e le sue reali potenzialità.

Naturalmente, come quasi sempre accade, raddoppiare la quantità non vuol dire migliorare la qualità. Anzi. McG si conferma regista pulito ma mediocre, buono per girare qualche scena d’azione senza infamia e senza lode, ma assolutamente incapace di servire i tempi comici e di gestire il crescendo di colpi bassi con la giusta ironia. Risultato: si dovrebbe ridere tanto e invece non si ride mai. Tuttalpiù si sorride un paio di volte, ma sembra il classico caso di “Gettiamo il più possibile in pasto al pubblico e vediamo cosa rimane appiccicato”. La trama action è un pretesto dei più basilari, il cattivo di Til Schweiger, la cui missione è vendicare il fratello, appare cinque minuti e non ha spessore. E la morale finale è consolatoria e conservatrice, e stona in un film che vorrebbe propugnare ideali femministi quando ritrae la Witherspoon come una sorta di eroina che vendica il gentil sesso uscendo con due uomini contemporaneamente. A McG non consigliamo di cambiare lavoro e andare a zappare i campi, ma quantomeno di cominciare ad affidarsi a sceneggiatori migliori.