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Carica di ricordi degli anni di guerra, Gemma si reca a Sarajevo con suo figlio Pietro per assistere a una mostra in memoria delle vittime dell’assedio, che include le fotografie del padre del ragazzo. Diciannove anni prima, Gemma lasciò la città in pieno conflitto con Pietro appena nato, lasciandosi alle spalle suo marito Diego, che non avrebbe mai più rivisto, e l’improvvisata famiglia sopravvissuta all’assedio: Gojko, l’irriverente poeta bosniaco, Aska, la ribelle ragazza musulmana e la piccola Sebina. L’intenso amore e la felicità tra Diego e Gemma non erano abbastanza per colmare l’impossibilità di Gemma a concepire figli. Nella Sarajevo distrutta dalla guerra, i due trovarono una possibile surrogata, Aska. Gemma spinse Diego tra le sue braccia per poi essere sopraffatta dal senso di colpa e dalla gelosia. Ora una verità attende Gemma a Sarajevo, che la costringe ad affrontare la profondità della sua perdita, il vero orrore della guerra e il potere di redenzione dell’amore.

Dopo Toronto e San Sebastian, Venuto al mondo si appresta ad invadere i nostri cinema. Ben 350 le sale in cui verrà proiettato quest’ultimo, delicato lavoro di Sergio Castellitto, che qui torna riproponendo un trio già ampiamente rodato in occasione di Non ti muovere. Venuto al mondo, infatti, è tratto dall’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini, e vede tra i protagonisti la sempre avvenente Penelope Cruz.

Progetto ambizioso questo, sia in termini commerciali che a livello prettamente artistico. Il libro della Mazzantini ha riscosso un certo consenso e ci si domanda a ragione se tale trasposizione sia stata in grado di mantenere un buon livello, alla luce di premesse abbastanza soddisfacenti.

D’altronde non pochi sono i temi toccati da Venuto al mondo, aspetto che rendeva a priori la sua realizzazione un’impresa ancora più ardua. Laddove in ambito letterario una buona penna potrebbe riuscire a destreggiarsi tra tutta quella congerie di eventi e situazioni, certe operazioni richiedono una sensibilità ben diversa sul grande schermo. Componente, questa, su cui non potremo fare a meno di tornare a breve, allorquando ci soffermeremo su cosa ci ha convinto e cosa no.

La riduzione filmica di un romanzo (come sottolineato anche dalla stessa Mazzantini) è sempre inevitabilmente un processo di perdita, un accurato lavoro di selezione in cui alcuni tasselli vengono preferiti a discapito di altri, che si perdono invece nel lavoro di trasposizione. Una scelta necessaria, dettata dalla mancanza di disponibilità e profondità narrative del mezzo visivo e che invece contraddistinguono le opere di scrittura. Nel caso specifico, il lavoro è reso ancora più arduo dalla congerie di soggetti e tematiche sottese al testo e che costituiscono l’ossatura della storia di Venuto al mondo. Castellitto fa un buon lavoro di regia (sostenuto senza dubbio dall’ottimo coro di attori, in cui spiccano i due emergenti attori bosniaci Adnan Haskovic e Saadet Aksoy) mantenendo il dramma asciutto e nel complesso privo di digressioni melense dal potere ricattatorio. È invece dal punto di vista prettamente narrativo che Venuto al mondo si perde, attraverso una descrizione a tratti troppo stereotipata dei temi portanti e la struttura a scatole cinesi che il film sceglie, lasciando poco spazio (e tempo) al vero processo di empatizzazione. Il risultato è un lavoro composito che attraversa momenti di verismo così come sentieri di sterile rappresentazione.

Castellitto è sostenuto da una coppia di attori notevoli come Cruz e Hirsch (noto soprattutto per essere stato il protagonista di Into the wild), e da Adnan Haskovic e Saadet Aksoy, che interpretano rispettivamente Gojko e Aska, attori ben poco conosciuti da noi che, tuttavia, riescono a non passare inosservati. Ci troviamo di fronte a una storia densa di fatti e di emozioni e di sentimenti, talmente tanti che, inevitabilmente, il regista si lascia andare a qualche scivolone (in particolare nelle scene in cui è presente proprio suo figlio Pietro) ma, tutto sommato, il risultato complessivo non è niente male e la pellicola dimostra di essere un buon prodotto, d’ampio respiro internazionale.