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Cosa era “El Pueblito”? Ufficialmente chiamata el Centro de Readaptacion Social de la Mesa e costruita nel 1956 a Tijuana per ospitare duemila prigionieri nel quadro di un nuovo esperimento correttivo permettendo alle famiglie dei carcerati di rimanere vicino ai loro cari durante la reclusione, era conosciuta come la peggior prigione di tutto lo stato del Messico, un incubo di violenza, corruzione e sovraffollamento.

Proprio la prigione in cui finisce per ritrovarsi Driver, cui concede anima e corpo Mel Gibson, il quale, in fuga a tutta velocità dalla polizia con un corpo sanguinante sul sedile posteriore dell’automobile dopo aver portato a compimento un grande colpo da milioni di dollari che gli avrebbero permesso di trascorrere una bella vacanza estiva, varca il muro di confine e precipita in territorio messicano, dove viene fermato dalle autorità del posto.

Ed è soltanto l’inizio di una tutt’altro che tranquilla avventura che vede l’uomo riuscire a sopravvivere grazie all’aiuto di un ragazzino di dieci anni interpretato da Kevin”Lo spaventapassere”Hernandez, mentre tenta di fronteggiare in qualsiasi modo due diversi gruppi di malavitosi non poco interessati a impossessarsi della sua ingente somma di denaro sporco.

Se da un lato gli attori che si sono identificati con personaggi dinamici ed energici vanno incontro a difficoltà di carriera con l’avanzare dell’età, dall’altro l’icona di Mel Gibson è come tutti sappiamo ulteriormente offuscata dalle vicende giudiziarie dell’attore. Se si esclude l’occasione concessagli dall’amica Jodie Foster in Mr.Beaver (girato prima dello scandalo più grave), un inevitabile ostracismo è scattato in quel di Hollywood.

Viaggio in paradiso nasce come film per la tv via cavo patrocinato dallo stesso Gibson, che cerca un rilancio facendo appello a quell’autorialità che ha caratterizzato una parte del suo percorso artistico. Cosceneggiatore e produttore, Gibson affida qui la regia ad Adrian Grunberg, suo aiuto in Apocalypto, provando a recuperare come attore la cifra semiparodistica del Martin Riggs di Arma Letale.

Pur con qualche necessaria concessione al politically correct (ad esempio il protagonista coinvolge il bambino in tutta una serie di attività rischiose e illegali, ma gli impone comunque di smettere di fumare) Viaggio in paradiso non lesina sul sangue e sulle immagini truculente e si diverte a mettere in scena un personaggio assolutamente anticonvenzionale, un affascinante mascalzone che Gibson riesce a rendere con la giusta carica di ironia. Adrian Grunberg dimostra di avere una notevole padronanza tecnica e dimestichezza nella direzione delle coreografie d’azione, che nel film sono tutte improntate sull’accumulo grottesco (come la sparatoria filmata al ralenty che sembra uscita da uno spaghetti western, oppure la scena decisamente sopra le righe in cui Gibson prende al balzo una granata per lanciarla di nuovo contro il proprio avversario). Non mancano neppure momenti citazionisti e autoironici in cui l’attore scherza con la sua immagine di divo, oppure si diverte a bersagliare altre icone del cinema (esilarante in particolare la sequenza cult in cui finge al telefono di essere Clint Eastwood).

Viaggio in paradiso rappresenta insomma un divertente e liberatorio contraltare alla magniloquenza e al gigantismo della filmografia gibsoniana e dimostra come, nonostante tutto, il ruolo che più si adatta a Mel rimane quello più genuinamente tamarro degli esordi.