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Lola Verdis è una ragazza di 25 anni laureanda in architettura presso l’università Federico II di Napoli. La sua tesi di laurea consiste nel documentare tramite una handycam le correlazioni che sussistono tra costruzioni e simbologia massonica nella Napoli del periodo borbonico. Il ritrovamento di un oggetto fuori dal comune la porterà ad una concatenazione di scoperte su un antico ordine esoterico la cui cultura è occultata da tempo, l’Ordine Osirideo Egizio.

V.I.T.R.I.O.L.U.M: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam (“Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”) è l’espressione usata nella letteratura alchemica per esprimere la necessità di visitare la terra dall’interno, così da dare vita a un viaggio verso la conoscenza. In realtà, l’atto di scavare nelle profondità terrene rappresenta la necessità dell’alchimista di scoprire la parte ignota di se stesso, entrando in contatto con la propria interiorità ancestrale; per non parlare poi della suggestiva Teoria della Terra Cava, nella quale si sostiene che le viscere del nostro pianeta siano abitate da antichissime civiltà. Questi sono gli spunti da cui parte il regista Francesco Afro De Falco per realizzare sotto forma di mockumentary il suo primo lungometraggio, “Vitriol”, riconducendo così il cinema italiano verso il genere misterico, da tempo ormai colpevolmente abbandonato dagli autori di casa nostra.

Il lungometraggio, prodotto dalla Salvatore Mignano Communication, risulta nella trama un po’ pretenzioso e rischia di scimmiottare capolavori di genere come Il codice Da Vinci. Nonostante questo, però, il film ha una sua coerenza narrativa e storica e, pur esagerando in alcuni punti dove soprattutto la drammaticità della recitazione prende la mano dei giovani attori, le ricerche fatte per costruirlo risultano approfondite e logiche.

Dunque, nulla di nuovo sotto al sole se non fosse che De Falco ha avuto l’intuizione brillante di riportare il tutto su un territorio facilmente riconoscibile, gestendolo attraverso un montaggio sempre a metà strada tra ricostruzione e documentario. Nato e cresciuto a Napoli, il regista sfrutta il vantaggio di sapersi muovere con agilità non solo tra i vicoli della città ma, soprattutto, tra le numerose leggende che compongono la storia di un luogo in cui magia e religione sembrano ancora convivere e sovrapporsi.

In questo modo, rinunciando ai fantasiosi complotti esoterici architettati da Brown, il film mostra di avere delle solide basi storiche, guidando lo spettatore verso una conoscenza tangibile dei luoghi e dell’arte messi sotto esame. Un percorso che lo sceneggiatore Giovanni Mazzitelli contribuisce a rendere credibile con una struttura narrativa capace di disseminare tracce e di mantenere alta l’immedesimazione. Perché, che si creda o meno alla possibilità di raggiungere la città scomparsa di Arcadia, il film costruisce un’indagine possibile e plausibile in cui si vorrebbe essere coinvolti in prima persona, non fosse altro per comprendere solo parte del sapere che legava figure mitologiche come Cagliostro a quelle più ambigue come il principe di Sansevero. Unica vera nota dissonante, se si escludono alcune aspettative create e poi lasciate sfumare senza alcuna evoluzione, è un finale in cui il mistero cede troppo il passo alla fantasia più sfrenata, deludendo in parte la natura stessa del progetto.