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Michele Spagnolo (Michele Placido) è un politico dei nostri giorni di quelli che sul palco che è teatro della campagna elettorale esaltano i valori della famiglia e del lavoro ma che nel privato tradiscono la moglie con la valletta di turno e raccomandano i propri figli. Ed è proprio durante uno dei favori che una ragazza gli offre in cambio della conduzione di un programma che l’Onorevole viene colto da un malore: l’apoplessia colpisce la parte del suo cervello che controlla i freni inibitori e così l’uomo comincia a fare l’ultima cosa che a un uomo politico è concesso fare, dire la verità.

Il malanno di Michele oltre a distruggere la sua carriera politica sconvolge la vita dei suoi tre figli: Valerio (Alessandro Gassman) un buono a nulla in carriera fallito come padre e come marito, oltre che come professionista e che deve la sua intera ascesa lavorativa al padre e alle sue raccomandazioni; Susanna (Ambra Angiolini) un’attricetta di fiction priva di talento e affetta da una forte s moscia che continua a lavorare in ruoli importanti solo grazie al suo cognome e Riccardo (Raul Bova) un medico con una forte coscienza sociale e pecora nera della famiglia che però anch’esso, a sua insaputa, ha passato il concorso grazie alla mano di suo padre.

Le condizioni di Michele obbligano i suoi figli a mettersi, per la prima volta nella loro vita, nel caso di Susanna e Valerio, in discussione e i suoi consigli, ormai irrimediabilmente sinceri, li portano a ottenere, in modo più o meno lecito ma per la prima volta con le loro forze, dei risultati ma soprattutto, finalmente a crescere pur, alla fine, risultando dei perdenti in questo dove un cognome può essere simbolo di potere ma anche diventare un forte pregiudizio.

Dagli ospedali sovraffollati e gestiti da primari che pensano solo alle loro cliniche private, fino ad arrivare alla dura realtà della precarietà e dell’assenza di merito ben poco Massimiliano Bruno salva di questo paese definendo la nostra costituzione “un capolavoro di fantasia e umorismo” e dando un consiglio finale, non demagogico ma fortemente polemico e utopico, che vorrebbe un articolo in più a chiusura della Costituzione che recita “tutti i cittadini hanno diritto alla verità”.

Se il primo film da regista di Massimiliano Bruno era Nessuno mi può giudicare, Viva l’Italia suo secondo lavoro dietro la macchina da presa si può parafrasare ancora col celebre ritornello della canzone della Caselli: “la verità ti fa male”, ma, nell’Italia d’oggi, sarebbe un toccasana. Michele Spagnolo è un politico di lungo corso di belle parole e cattive azioni, un giorno al cospetto dell’escort di turno si sente male: i freni inibitori si danneggiano e così l’onorevole può dire tutta la verità, nient’altro che la verità, ferendo talvolta i figli e moglie ma facendo emergere le sue malefatte e la voglia di guarire da quella che definisce la sua vera malattia: la politica. Intorno al personaggio interpretato con mirabile guizzo da Michele Placido ci sono i suoi figli, Susanna attrice scarsa con “zeppola in bocca” galoppante (Ambra Angiolini), Valerio, manager grazie a papà (Alessandro Gassman) e poi Riccardo, medico e figlio ribelle (Raoul Bova).

Un tema difficile da trattare quello del decadimento morale ed etico che dilaga in maniera trasversale ed indipendentemente dalla condizione sociale ma che, grazie alla sceneggiatura scritta con piglio quasi documentaristico da Bruno e Falcone ed alla bravura degli attori, in Viva l’Italia scorre sul grande schermo come un irresistibile carosello di malcostumi e nefandezze uniche nella loro tragicomicità, capaci di strappare una vagonata di risate ed anche qualche momento di pura commozione. Provate per un momento a pensare ad un politico, ad uno qualsiasi di quelli che vediamo nei TG e nei talk-show, e provate ad immaginare cosa accadrebbe se da un momento all’altro costui fosse colpito da un disturbo neurologico che gli impedisce di trattenere la verità su qualunque argomento. Nel film succede a Michele Spagnolo, un Michele Placido al top della sua carriera, uno di quei politici che se la canta e se la suona da decenni, uno di quelli che ha sistemato, o ha tentato di sistemare, i tre figli che grazie alla sua influenza hanno ereditato sì un lavoro ma soprattutto l’ignobile etichetta di raccomandati. Ma sarà proprio grazie a questa patologia, che potrebbe anche essere l’ennesima messa in scena di Spagnolo per scrollarsi di dosso il suo ingombrante senso di colpa, che Michele riuscirà ad avere per la prima volta un dialogo diretto e schietto con i figli e con la moglie che ha tradito centinaia di volte e che ammetterà di non aver mai amato. Un politico che per anni è stato immune agli scandali e che viene raccontato in maniera pregevole da Bruno soprattutto in una scena, quella emblematica in cui Placido, per la prima volta disorientato e in balìa degli eventi, si ritrova in pigiama al centro di una violenta carica della polizia nei confronti di un gruppo di manifestanti. Il ralenti del suo incedere lento e inconsapevole tra i manganelli e i sassi con il sottofondo struggente cantato da Mino Reitano alla nostra Italia è un momento di cinema da togliere il fiato. Uno degli amarissimi momenti di un film che, come nella tradizione della migliore commedia all’italiana, vengono incastonati in maniera straordinariamente efficace in un contesto che vuole soprattutto far ridere ma non senza regalare uno spiraglio di luce alla fine del tunnel. Forse aveva ragione lui, Reitano, forse il sole è nato veramente qui, in quest’Italia che profuma di oleandri e di perché.